AVIP

Convegno AVIP 1 dicembre 2012

VENTI DI PACE - 20 anni di impegno per la pace e la solidarietà…per continuare - CONVEGNO: IL SENSO DEL VOLONTARIATO PER AZIONI DI PACE - scenari nella ex Jugoslavia

Con il patrocinio del Comune di Sant'Angelo di Piove

SABATO 1 DICEMBRE 2012 ore 15.00 – 19.00

Sala ALDO MORO, Via Donatori di sangue, SANT'ANGELO DI PIOVE

PROGRAMMA

ore 15.00 – 17.00: PRIMA PARTE

Contributi di:

Relazione di:

17.00 – 17.20: PAUSA

17.20 – 19.00: SECONDA PARTE

Contributi di:

A seguire:

SALUTO DI ROMANO BOISCHIO - SINDACO DI SANT'ANGELO DI PIOVE

Carissimi rappresentanti dell'AVIP, invitati, concittadini,

è con vivo interesse che, nel partecipare a questo convegno sul tema "IL SENSO DEL VOLONTARIATOPER AZIONI DI PACE”, saluto tutti voi e a tutti auguro a nome della Comunità di Sant'Angelo un proficuo lavoro. Un lavoro che sia di aiuto e sostegno a tutte le iniziative di pace che le nostre associazioni a livello locale ed internazionale stanno realizzando.

E' l'occasione questa, e ne siamo particolarmente orgogliosi, per ricordare i vent'anni di vita dell'AVIP, l'associazione che conosciamo e che apprezziamo per quanto ha fatto nel nostro Paese e fuori del nostro Paese. Per quello che ha dato e per quanto continua a dare, senza mai stare sopra le righe, senza apparire troppo, ma con il lavoro umile e la costanza di chi sa che sta facendo del bene.

Non spetta a me, in questo breve saluto, parlare dell'attività della "nostra" associazione, ma voglio solo ricordare l'impegno dell'AVIP nell'ex Jugoslavia.

Fin dall'inizio di quella che è stata una guerra durissima, tragica e orrenda, una guerra che ha coinvolto etnie e fedi religiose, che sembrava volersi accanire nel distruggere anche gli ultimi residui di una società disgregata e senza più riferimenti politici ed umani, in questo spaventoso scenario i volontari dell'AVIP hanno portato una piccola luce, una speranza.

Un segno che è stato raccolto dalle popolazioni di quei territori, che ha aiutato tutti a ripartire, perché dopo ogni guerra è necessario ricostruire, spesso con grande fatica, ma è necessario farlo per dare un futuro alle nuove generazioni nella pace e nella tolleranza.

L'AVIP in questi anni, coniugando il bisogno di pace e lavorando per ricostruire dalle macerie e per far incontrare i popoli e le culture in conflitto, è stata strumento di realizzazione di quanto contenuto nello Statuto del nostro del nostro Comune, che testualmente recita: "Il Comune di Sant'Angelo di Piove di Sacco … sancisce i valori della pace per la vita interna delle nazioni e per i rapporti tra gli Stati, ripudiando la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, appoggiando tutte le iniziative destinate alla cooperazione e alla solidarietà, e dichiarando la sua opposizione alla produzione e uso di armi; favorisce l'avvicinamento tra i popoli e riconosce il fondamentale valore civile e morale del metodo del confronto e del rispetto reciproco tra persone e gruppi con differenze di cultura, religione, origine etnica, tradizioni e abitudini di vita".

Voglio ricordare, infine, l'attività istituzionale promossa da questa Amministrazione Comunale che, con deliberazione del Consiglio n. 4 del 9 aprile 2010, ha avviato l'iter per il gemellaggio con la Comunità Locale di DOBOROVCI, che si sta concludendo con un allargamento del gemellaggio alla località di GORNJI DOBOROVCI e al Comune di GRACANICA.

Mi rendo conto che a niente varrebbero queste parole e le nostre iniziative se non ci fosse stata l'attività dell'AVIP, che ha costantemente e con tenacia richiamato ognuno di noi al grande valore della pace che ci ispira e ci guida. Quando dimentichiamo di essere noi stessi portatori di pace, ce lo ricordate voi volontari, che oggi ringrazio pubblicamente, a nome mio di tutta la comunità, per quanto avete fatto e per quanto continuerete a fare.

Grazie e buon lavoro!

Romano Boischio

INTRODUZIONE DI MARIO FIORIN - PRESIDENTE A.V.I.P.

Andiamo subito al centro dell'argomento, cioè il titolo, o meglio, il tema del convegno:

IL SENSO DEL VOLONTARIATO PER AZIONI DI PACE.

C'è una domanda a cui bisogna rispondere subito: parlare dei nostri venti anni vuol dire soltanto raccontare attività svolte, incontri, eventi importanti? O dobbiamo chiederci: c'è un valore che va oltre le singole azioni, soprattutto in un'ottica di prospettiva, per non limitarci al già fatto e guardare invece al futuro?

Raccontare è giusto: sono stati momenti importanti, nella vita di ciascuno e nel nostro “essere un gruppo”. Quello che siamo adesso è legato strettamente a ciò che è stato fatto allora. Usando un'immagine sportiva, possiamo dire: c'è stato il passaggio del testimone, come nella staffetta. C'è chi parte per primo, chi corre dopo e chi arriva al traguardo. Ma alla fine sono ancora tutti insieme un'unica squadra. Anche per noi c'è un'unica squadra, senza differenze tra chi c'era all'inizio e chi è venuto dopo. Nell'AVIP si sono succedute tante persone; sono cambiate alcune modalità d'azione, sono arrivati progetti nuovi: ma la motivazione, la spinta, è sempre quella del momento in cui tutto è cominciato: autunno 1992. C'è un'unica semplice differenza rispetto all'immagine sportiva della squadra di staffetta: per noi non c'è stato un traguardo di fine corsa; tante tappe sì! Ma non vogliamo che ci sia un fine corsa: il cammino che ci resta da fare è necessario e bello nello stesso tempo.

Parlando del cammino che abbiamo fatto e faremo insieme, possiamo lasciare l'immagine sportiva e pensare che, nel nostro percorso, arrivati ad un passaggio importante, abbiamo deciso di dare uno sguardo d'insieme, uno sguardo all'indietro, ma anche in avanti.

Uno sguardo che vede tante cose, tante persone, tanti problemi, tante riflessioni, tante azioni, tanti dubbi ma anche tante speranze.

Uno sguardo che ci porta a vedere ciò che abbiamo fatto finora come un viaggio. Un viaggio ricco di esperienze e di emozioni.

Un viaggio in senso geografico: alcuni avevano già percorso quelle terre, altri avevano frequentato le vicine zone delle vacanze estive, altri ancora non avevano mai oltrepassato quei confini. Ma come volontari per la pace abbiamo cominciato a conoscere città, paesi, fiumi montagne, soprattutto in Croazia, Bosnia: luoghi conosciuti perché colpiti dalla guerra, ma poi luoghi che fanno parte della nostra esperienza di vita.

Un viaggio per conoscere persone: non so se saremmo in grado di fare un censimento di tutte le persone che abbiamo conosciuto. Un rammarico: non aver tenuto documentazione di tutti. Di tanti abbiamo documenti: lettere, fotografie, elenchi, indirizzi, anche recapiti telefonici. Ma di loro abbiamo soprattutto il segno che hanno lasciato nel nostro animo: persone immerse nel dolore per la perdita di persone care, persone ancora in preda all'incubo delle barbarie viste e subite, bambini turbati e bambini sorridenti, madri prese dall'ansia di badare alla famiglia senza il sostegno del compagno della propria vita, vecchi con lo sguardo smarrito per i terribili ricordi dell'ultima fase della propria vita, giovani incerti fra l'entusiasmo di esserci amici e l'incertezza per il futuro. Persone che ci hanno dato segni di cordialità e ospitalità, cioè quei valori che la nostra società consumistica sta perdendo. Persone che ci sono state di grande aiuto per i nostri progetti, oppure persone che ci sono state utili quando ci mettevano in crisi criticando i nostri metodi sbagliati o chiedendo cose che noi non potevamo dare.

Un viaggio nella storia e dentro culture diverse: eravamo partiti con l'improvvisazione e l'entusiasmo della prima ora, ma poi abbiamo capito che dovevamo conoscere meglio quale era stato il passato di quei popoli, da cosa e da chi era venuta quella guerra che non trovava spiegazioni; dovevamo conoscere le tradizioni, la mentalità, le abitudini di vita, per evitare l'errore di andare a proporre i nostri modelli in casa d'altri. Ci siamo sforzati di leggere, di ascoltare, di dialogare. Non so se è sufficiente quello che abbiamo imparato, ma almeno abbiamo capito che non dobbiamo mai sentirci sicuri di noi stessi, per scoprire cosa c'è più in là di quello che abbiamo appena visto.

Un viaggio dentro noi stessi: penso non sia esagerato dire che l'esperienza vissuta in questi anni ci ha cambiati profondamente. Abbiamo aggiunto qualcosa di importante al senso per la nostra vita: oltre agli affetti famigliari, oltre all'impegno e alla serietà nel nostro lavoro, oltre alle amicizie e alle buone relazioni nel nostro ambiente di vita, lavorare per la pace e la solidarietà non è un elemento accessorio, ma è fondamentale per la nostra dignità di essere umani.

Dopo vent'anni di impegno, potremmo fare un resoconto per quantificare il materiale raccolto, le missioni compiute, i chilometri macinati, il numero delle persone aiutate, dei volontari coinvolti, dei vari sostenitori! Ma questo sarebbe autocelebrativo e, forse anche riduttivo; per trovare il SENSO, è meglio interrogarci su quello che di importante è successo alle persone.

Parlando di PERSONE, viene spontaneo dire NOI e LORO. Possiamo intendere: NOI impegnati come volontari in interventi e progetti di pace e solidarietà, LORO i destinatari dei nostri aiuti. Ma abbiamo cominciato subito a capire che questa distinzione è parziale e può essere fuorviante; abbiamo capito che la vera solidarietà vede come protagonisti tutte le persone senza distinzione. Innanzitutto perché, come diciamo spesso, noi portiamo aiuti, ma riceviamo in cambio tante cose: accoglienza, amicizia, serenità. Ma c'è un aspetto ancora più importante: per attuare i nostri progetti è necessario lavorare insieme. Quante volte, ingenuamente e con una certa improvvisazione, abbiamo impostato la nostra attività in un certo modo, e poi abbiamo capito che non avevamo di fronte a noi esseri passivi, ma c'erano a fianco a noi persone con la loro sensibilità e il loro modo di vedere le cose. Potevano esserci diversità di vedute su alcuni aspetti pratici che ci mettevamo in crisi, ma questo ci portava a riconsiderare le cose, per trovare una soluzione condivisa.

E per questo motivo, i nostri rapporti con le persone sono stati condotti sempre su un duplice binario: parlare e discutere insieme su programmi e progetti, ma anche creare rapporti di amicizia e confidenza, che in molti casi si sono tradotti in forme di profonda familiarità.

Possiamo considerare poi il CONTESTO in cui si è svolto e si volge il nostro lavoro: il contesto vicino, cioè le persone, le comunità con cui siamo entrati in contatto, soprattutto Novi Vinodolski in Croazia, e Doborovci in Bosnia; e il contesto generale, cioè la situazione passata e attuale dei Balcani, della Bosnia e di altri paesi dell'ex Jugoslavia, ma anche lo scenario europeo e internazionale. Il nostro campo d'azione riguarda le piccole comunità, ma siamo stati stimolati a conoscere sempre più le problematiche nazionali e internazionali: questo ci permette di capire la portata e anche i limiti del nostro lavoro, conoscendo le reali possibilità d'intervento, gli stati d'animo e le aspettative della gente. Proseguiamo il nostro impegno con la consapevolezza che i giochi di potere ad alto livello vanno spesso in senso contrario alla nostra azione; questo durante la guerra, ma anche dopo, con l'inadeguatezza o la colpevole complicità delle altre nazioni (europee, e non solo) per i drammi che ancora tormentano i popoli dell'ex Jugoslavia, soprattutto la Bosnia. Lo stesso scenario che abbiamo visto in altre aree del mondo, e continuiamo a vedere tuttora (vedi la situazione assurda della martoriata Siria). Sorge sempre il dubbio: a cosa serve il nostro lavoro, quando si continua a portare lutti e distruzioni tra la gente indifesa, in nome dei giochi sporchi della politica e degli interessi economici? Un interrogativo largamente condiviso, che però non deve fermarci.

Un altro ambito riguarda il rapporto tra L'ESPERIENZA INDIVIDUALE E L'ESPERIENZA DI GRUPPO. Ognuno vede il lavoro di volontario nella propria esistenza personale, ma questo può avere un senso solo nella dimensione della collaborazione. La solidarietà non è mai un fatto vissuto al singolare, si realizza solo se fatta insieme. In questo modo ciascuno di noi può vedere come sia cambiata la propria vita nell'esperienza di gruppo: imparare a lavorare insieme, trovare una soluzione anche quando le divergenze sono forti e le difficoltà sembrano insormontabili, portare solidarietà senza pretendere di dettare le regole e accettando invece di mettersi in discussione! Un cammino che per noi non è stato sempre facile, un cammino fatto di errori e di ripartenze, un cammino fatto di dubbi continui che ti obbligano ad agire con umiltà ma anche con serenità, un cammino che ti porta a capire che le cose possono essere giuste solo se fatte insieme, superando individualismi ed egoismi.

Un ultimo aspetto, infine: legato al nostro appuntamento di oggi.

L'AVIP è fatta di tanti volontari, soci e non soci, che in questi anni si sono succeduti nelle numerose e varie missioni di pace e solidarietà; ma l'AVIP non avrebbe potuto nascere e continuare senza l'appoggio di tanta gente di Sant'Angelo e dei paesi limitrofi. Un appoggio che non era soltanto materiale (nelle nostre raccolte fondi), ma era soprattutto un incoraggiamento morale, un voler condividere ideali e speranze. Per noi sono sempre stati momenti stimolanti, cioè momenti di crescita, i vari incontri pubblici: non solo le cene o le serate teatrali organizzate come forma di autofinanziamento, ma soprattutto le conferenze, i dibattiti, i film, per alzare lo sguardo sulle condizioni di vita dei nostri amici bosniaci e degli altri popoli che vivono i drammi della guerra, della fame, dell'oppressione economica e politica. Ha sempre suscitato in noi una grande emozione il desiderio dei nostri amici santangiolesi di essere informati sui altri amici di altre nazioni. Era una conferma che, a fare solidarietà, eravamo in tanti.

Perciò, per concludere,

E, SOPRATTUTTO,

Mario Fiorin

INTERVENTO DI MARIUCCIA FACCINI - PRIMA PRESIDENTE A.V.I.P. (1992-1997)

Una guerra alle porte del nostro paese: OLTRE L'INDIFFERENZA

1992/2012

Venti anni sono passati.

Rivolgersi al passato non è facile. E' reimmergersi in un'esperienza e far rivivere un vissuto.

Una volta entrati però tutto srotola come in un film: immagini, ricordi , frasi e la riflessione.

I nostri figli, ricordo allora, quando cresceranno e guarderanno al passato per ragioni sociali, morali e anche psicologiche mi chiederanno :" cosa hai fatto mamma durante la guerra?" Cosa avrei detto? Si può mentire ai giornalisti, anche ai giudici, è più difficile mentire ad un figlio.

Venti anni fa, la raccolta del 12/13 dicembre 1992 i cittadini di Sant'Angelo si sono inseriti alla grande nella catena di solidarietà, avviata dei pacifisti dell'Alta padovana, per portare generi di soccorso alle vittime della guerra Jugoslava: 599 pacchi, 164 quintali di viveri, scarpe, vestiario.

Un grazie al Comune che ha permesso l'iniziativa inserendola pure nel notiziario comunale;

un grazie alla ditta Ovattificio Olimpia che ha messo a disposizione un autotreno e l'autista;

un grazie a chi ha messo a disposizione furgone e automezzi per la raccolta;

un grazie ai docenti e agli alunni delle scuole elementari.

Altri viaggi si sono susseguiti . Tutto però doveva concludersi. Le nostre coscienze si sarebbero sentite in pace, così pure la risposta ai nostri figli.

Che cosa ha portato a continuare in questa attività?

Il forte richiamo di Lucia? Il suo appello?

Si certo, ma soprattutto l'incontro con le persone.

Frasi come questa:

"La cosa che più mi turbava non era la mancanza di sicurezza individuale, il fatto che potessi, come qualunque altro abitante, morire improvvisamente a causa di una granata o di una pallottola di un cecchino, ma il fatto di assistere al crollo di tutti i valori difesi dalla nostra civiltà. I diritti dell'uomo non hanno più senso. Puoi essere ucciso ad un posto di blocco solo perché il tuo nome può sembrare musulmano. E la cosa peggiore era che il tipo che ti stava di fronte è tale e quale a voi e a me."

Oppure " Quando ritornerete."

La parola "solitudine". Comprendere la propria e altrui solitudine aiuta a conoscere veramente se stessi , a capire che cosa ci aspettiamo dagli altri e dai nostri rapporti con loro e offre una prospettiva nuova da cui guardare ciò che circonda.

Il rapporto più stretto poi è avvenuto con i profughi e con l'orfanotrofio che stanziavano a Novi Vinodolski. Numerosi sono stati i viaggi.

Poi il progetto: "Adottiamo Gračanica" e i suoi villaggi .

Dalla guerra nell'ex Jugoslavia alla scuola per modellisti calzaturieri dell'ACRIB a Capriccio di Vigonza, grazie a due borse di studio che sono state messe a disposizione dall'Associazione che riunisce i calzaturieri rivieraschi. L'iniziativa rientrava nel " Progetto Atlante dell'Onu" organizzato proprio dal Comitato di sostegno alle forze di iniziative di pace del padovano . Beneficiari sono stati due giovani Memo e Mirsad, 22 anni e 29, entrambi di Gračanica, simbolo della convivenza interetnica, distretto del cantone di Tuzla. Prima degli scontri lavoravano entrambi al calzaturificio Fortuna, uno dei più rinomati della Bosnia: Allora dava lavoro a 1500 dipendenti. Per raggiungere gli standard produttivi ante guerra per l'imprenditoria locale diventava imperativo investire in tecnologia e risorse umane, servivano capitali e nuova professionalità..

L'ACRIB (Associazione Calzaturieri Riviera del Brenta) ha messo a disposizione due borse di studio per il valore di 10 milioni l'una. Dopo un iter burocratico lunghissimo hanno potuto lavorare presso due aziende: Oscar Novo di Angelo Gobbo e MG di Nereo Callegaro. L'alloggio è stato offerto dalla famiglia Meneghello Elio. Al sabato frequentavano il corso .

Un merito speciale va ad Angelo Dainese che per tre anni ha seguito il progetto.

1996 prima missione in Bosnia

1997seconda missione in Bosnia.

Mi preme ricordare la donazione di due automobili e un Autocaravan al Suncokret di Gračanica:

Il valore specifico delle nostre donazioni stava soprattutto nel fatto che esse sono state frutto degli sforzi dei volontari.

Nel novembre del 2000 a Gracanica sono state consegnate a giovani musulmani croati e serbi delle borse di studio derivate dai fondi ottenuti dalla vendita del mio libro di poesie "Colori e Rondini" Preme sottolineare che per la prima volta si oltrepassava il fiume Spreča, avvicinando così le popolazioni serbe di Gračanica.

Che cosa risponderò ai miei figli quando mi chiederanno: "cosa hai fatto mamma per la guerra scoppiata alle porte di casa?"

Cosa ho fatto, risponderei cosa ho vissuto, cosa ho capito.

-Ho capito l'irrilevanza della parola "frontiera" al di qua e al di là quello che emerge è la persona non la sua nazionalità;

-ho sentito la vergogna del tradimento dei diritti umani;

-ho provato la gioia di vedere sorrisi spontanei e provenienti da quella parte più miracolosa che è il cuore;

-ho sentito all'interno del gruppo la disarmonia, la divergenza di idee, ma anche la forza di saper trovare una soluzione ai problemi che tenesse conto delle varie opinioni;

-ho cercato di esprimere la parte più profonda di me, per fare della vita ogni giorno un'opera d'arte.

-ho fatto vive le parole scritte su quella lapide a Tuzla:

Qui non si muore solo per vivere

Qui non si vive soltanto per morire

Qui si muore anche per vivere.

Mi piace ricordare Daria, Dinko , Kazibegović (presidente del Suncokret di Gračanica) Ikonija e Nenad, Merima

Termino con questa poesia di Gibran tratto da Il profeta:

Il fiore per l'ape

è una fonte di vita,

e l'ape per il fiore

è una messaggera d'amore.

E per l'ape e per il fiore

donarsi e ricevere

è a un tempo necessità ed estasi.

Mariuccia Faccini

INTERVENTO DI LUCIA ZANARELLA - PRIMA PRESIDENTE DEL COMITATO DI SOSTEGNO ALLE FORZE ED INIZIATIVE DI PACE DI PADOVA

L'appello di Alex Langer e la mobilitazione dei volontari

Come inizio del mio intervento, vorrei dirvi con tutte le mie forze solo una cosa: quello che abbiamo fatto a Padova è "magico". Leggendo il libretto in cui sono raccontate le cose che ha fatto l'A.V.I.P., mi sono commossa; avevo le lacrime e mi sono detta "io sono ancora un essere vivente; non sono morta". Così mi sono commossa quando ho saputo la storia del Cornaro. So quanto lavoro c'è dietro.

Però io oggi devo riuscire a dirvi, caro sindaco, che il gemellaggio è maturo, ma anche che l'A.V.I.P. è un faro nella provincia. La provincia di Padova, con i suoi comitati, è stata un esempio di civiltà in Europa grazie ai volontari. La provincia e i sindaci si sono messi insieme, tramite i "COMUNI PADOVANI PER LA PACE". La regione ci ha protetti nell'adozione di Gracanica, e adesso di Petrovo. Eravamo un modello di civiltà in Europa per il modo in cui volontariato e istituzioni lavoravano in sinergia. E avevamo un sogno: 100 gemellaggi, 25 dei quali a Gracanica e Petrovo. È stato un lavoro immane; gli aiuti che abbiamo raccolto sono stati un quinto (stime dell'ONU) di tutti gli aiuti arrivati dall'Italia in Bosnia. Una roba enorme che arrivava a Gracanica; magari avessimo potuto essere in tutte quelle cose.

Però ... gli aiuti allora erano importanti: erano il nostro lasciapassare, ma oggi ci sarebbe bisogno di un'altra invasione di volontariato. Ci sarebbe bisogno di un'altra stagione di comitati. E su chi possiamo fare affidamento? L'A.V.I.P., che è una "repubblica basca indipendente"! Ma mi sono ripromessa di parlare sempre bene oggi, non vi critico, vi dico solo la mia commozione. La sua storia va al di là della sua storia, cioè noi abbiamo teorizzato i gemellaggi trilaterali: Sant'Angelo/Novi Vinodolski, Sant'Angelo/Gracanica (Doborovci); e adesso andremo a un gemellaggio quadrilaterale Sant'Angelo/Petrovo, perché voi avete le forze e le energie. Questa cosa immaginatela moltiplicata per 25 in provincia. Immaginate che le istituzioni avessero fatto quello che avete fatto voi. Noi oggi avremmo un altro respiro nella nostra regione. Voi ci siete! Siete come un grande ciliegio fiorito che poi ci darà i frutti. Non sapete di essere questa meraviglia. E come voi, i gruppi SPALLE LARGHE, PERCHÉ NO?, UNA MANO, SCONFINAMENTI, IDEMO; tutti i comitati. Fate delle cose che neanche l'ONU fa. Io non ho parole per dire la meraviglia che siete.

Quando è scoppiata quella maledetta guerra, Alex Langer organizzava gli incontri di Verona, ai quali io partecipavo a titolo personale. Langer, che aveva una lunga storia, era riuscito a promuovere la creazione del Comitato di Sostegno alle Forze ed Iniziative di Pace, mettendo insieme tutte le associazioni di volontariato a livello nazionale, cattoliche e laiche. Quelle hanno condizionato il governo. Per questo il Comitato è stato riconosciuto e ci ha dato in qualche modo un ruolo di interlocutori rispetto alle istituzioni. Ma questa cosa l'abbiamo capita solo a Padova.

Voi siete gli eredi di Langer. Io sono la BRIGANTESSA DELLA BRENTA in clausura, fuori gioco. VOI siete gli "unici veri eredi" di Langer. E allora io cosa posso dire a voi? Ci ho pensato. Cosa dico? Allora: qua non ci sono i cento volontari che ogni estate vanno in Bosnia. Qui oggi ci sono solo i rappresentanti. Bisogna fermarsi a riflettere anche con loro, far capire A LORO la bellezza di quel ciliegio fiorito, perché lo fanno con quel cuore aperto di cui Mariuccia ha prima parlato, senza rendersi conto che siamo la politica estera più nobile che l'Italia ha nei Balcani. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, tutte le nostre iniziative ci fanno camminare lungo la strada tracciata da Langer : la maratona, la settimana con i tecnici agricoli (che tuttora sta dando frutti), il Cornaro che ha avuto anch'esso il privilegio di avere avuto Langer ospite e ci dà l'unica cosa veramente organica di Langer: il filmato dell'incontro con gli studenti che tutti dovremmo vedere. Il Cornaro: scuola preziosa, perché anche al Cornaro, come a Sant'Angelo, c'erano le raccolte con i TIR, c'erano le adozioni (e noi teorizzavamo che ogni scuola avesse la sua, come proponevamo i gemellaggi per ogni villaggio).

Tante cose che abbiamo teorizzato, voi A.V.I.P. le avete praticate insieme. E allora io cosa vi devo dire? Ci ho pensato e, siccome io sono proprio convinta che bisogna rifarsi al pensiero di Alexander Langer, ho scelto di segnalarvi questo suo libro "IL VIAGGIATORE LEGGERO", dove sono raccolti i suoi scritti, che lui scriveva in treno, nelle soste tra un impegno e l'altro . Il pensiero di Langer è una fonte per il prossimo millennio, tanto importante quanto sono stati importanti i dodici articoli dei contadini tedeschi nel 1525, sconfessati due anni dopo da Martin Lutero, perché, se voleva salvare la Riforma protestante, dovette parlare delle "bande assassine e brigantesche dei contadini" e si alleò con i prìncipi. In questi dodici articoli c'è un nuovo passaggio; parlo di cinquecento anni fa, poi in Francia, cento anni dopo, ci furono le lotte contadine, soffocare nel sangue: i francesi han dovuto lasciare 120 mila morti sul terreno per uscire dalla condizione di servi della gleba. Fu una sconfitta, ma cento anni dopo arrivò la rivoluzione in cui si parlava di libertà, uguaglianza, fratellanza. Noi (come ho scritto nella mia relazione dieci anni fa) non siamo ancora dove erano i francesi nel 1600. Però Alex, con il suo libro, ci ha aperto una strada per capire come da noi devono venire idee nuove per i tempi di oggi, difficili! Io ho fiducia che questo succederà. Ma allora vi prego di studiare; possiamo fare dei seminari, riflettendo capitolo per capitolo, per pensare in modo nuovo. Non ci vengono idee da fuori. Se voi guardate questa crisi economica, la Bosnia soffre più di noi, ma noi non è che adesso siamo allegri per il problema dei posti di lavoro ecc. Quando qualcuno avrà interesse, ci faranno esplodere altre guerre.

Disinnescare la guerra vuol dire costruire un altro mondo che sia compatibile col pianeta. Il pianeta non ci sopporta più; non solo non sopporta le guerre, ma non sopporta noi, perché, quando immaginiamo che noi siamo così ricchi che tutti ci vedono come modello e vogliono essere come noi, essere come noi vuol dire uccidere il pianeta. Dobbiamo cambiare! Allora la parola decrescita, la parola riconversione, la parola solidarietà, la parola cooperazione invece di competizione: bisogna declinarla.

Resistere sul fronte vostro (in particolare A.V.I.P. e tutti i comitati del COMITATO DI SOSTEGNO ALLE FORZE ED INIZIATIVE DI PACE) vuol dire essere gli eredi di Langer. Adesso è ricordare, è credere che voi siete contagiosi, perché quello che fate crea un flusso che ci trasforma tutti. Iio l'ho sempre detto: noi abbiamo dato uno e ricevuto cento, anche durante la guerra; un ragazzo che andava lì tornava cresciuto qui, andava lì per fare un gesto buono e tornava diverso, più responsabile. Andavamo sudditi e tornavamo cittadini. E possiamo fare anche molto, molto di più, in termini di assunzione di responsabilità. Dobbiamo credere oggi che dobbiamo avere altri comitati, che il sogno di Padova dei 25 gemellaggi è possibile, si realizzerà, perché i giovani ci sono.

Ma non posso contagiarli io. Guardate che io non vado mai alle riunioni; se volete mi date alcuni minuti per proporvi degli spunti. Ci sono modalità nuove di confronto, di discussione, ma c'è soprattutto l'intuizione. Il pensiero di Langer è aiutarci a pensare: credere che ognuno di noi può aprire un nuovo sentiero. E questo io sento che c'è. C'è in questa bellezza che siete. Voi non ne sapete il valore; mi rivolgo soprattutto al sindaco. Avete lo statuto comunale, l'A.V.I.P., adesso c'è il cammino per il gemellaggio. Io ci sarò al gemellaggio; vorrei presto, perché questo lo sto sognando da vent'anni. È quello più costruito, più meritato; meglio se ce l'abbiamo anche con un villaggio della municipalità di Petrovo, perché non vedo chi altro lo potrebbe fare in modo organico, nonostante le difficoltà inimmaginabili che ogni giorni si devono affrontare.

Quindi il mio messaggio è: leggete gli articoli dei contadini tedeschi, prendete questo testo come un testo innovatore, che ci porta a un altro mondo. Forse noi abbiamo da 2 mila anni valori sbagliati. C'è un libro che parla delle isole Figi e delle isole Tonga in cui vale la meritocrazia; ma la meritocrazia non vuol dire monetizzazione. Si può avere merito anche per fare un mazzo di fiori speciale, un gemellaggio speciale. Quindi dobbiamo tener conto dei valori etici; invece la nostra società si basa solo sul denaro (a parte voi che vi misurate solo con le fatiche, consumando tutto quello che c'è).

E io vi ringrazio perché ci siete, perché resistete. Se mi chiamo brigantessa della Brenta, è perché io ho perso, ho speso tutta una vita e ho fatto solo buchi nell'acqua. Poi mi guardo e dico: Madonna! Qualcosa di buono anch'io ho fatto, se questi resistono. Il messaggio di Langer ha avuto un seguito, e io vi ringrazio.

Lucia Zanarella

INTERVENTO DI FRANCESCO ZANIN - VICEPRESIDENTE A.V.I.P.

La nostra esperienza di questi 20 anni

Sono passati circa 20 anni quando, per puro caso, mi sono trovato a partecipare ad una riunione dell'appena nata A.V.I.P. Portavo per conto dell' AVIS di Vigonovo una busta con del denaro per contribuire alle prime iniziative dell' A.V.I.P. stessa. La riunione era già cominciato, ed io non ebbi il coraggio di interromperli per la consegna dei soldi. Mi accomodai e in religioso silenzio ascoltai i vari interventi. Parlavano di cibo, di vestiti usati, di pacchi , di bambini, donne ,anziani. Parlavano di situazioni che io non immaginavo lontanamente , di persone disperate e di cosa fare per loro. Non potevo stare a sentire e poi andarmene in un pub a bere una birra facendo finta di niente, e così decisi in quel momento che al successivo viaggio ci sarei stato anch'io. Dal bar all'ex Jugoslavia in una settimana. Ne avevo passate tante serate al bar con gli amici ... a parlare di calcio, di ragazze, di tante cose "normali", che però non mi lasciavano un segno profondo nell'animo. Con l'idea di fare anch'io qualcosa per la gente che soffriva, la mia vita cambiò per sempre. Dal primo viaggio mi resi conto delle grandi necessità che dovevamo affrontare, ma capii anche, che con lo spirito di gruppo che già si respirava forte , non ci saremmo fermati davanti a nulla. Fu proprio così. Camion, furgoni strapieni di ogni cosa riempiti la sera fino a tardi per innumerevoli fine settimana. Cominciai così ad approfondire la conoscenza delle persone che condividevano con me questa avventura. Professori, maestri , imprenditori, impiegati, operai, persone comuni di tutte le età e di molte estrazioni culturali con le quali difficilmente, con la vita che facevo prima (fabbrica, bar, giri in moto), avrei avuto dei contatti. La parte lavorativa, e cioè raccogliere impacchettare ecc, era importante; ma senza quella rete di rapporti che si stava consolidando non si sarebbe andati lontano. Quella rete è ancora fondamentale.

Anche nelle nostre missioni, da subito, oltre ai bisogni materiali, fu subito messa in primo piano la necessità di creare momenti di aggregazione tra noi e le persone aiutate,. Mentre alcuni di noi si dedicavano alle persone più adulte, io ed altri ci occupavamo dei più piccoli. Mi fu sorprendentemente naturale rapportami con dei ragazzini, anche se non mai avevo avuto esperienze del genere.

Quelle amicizie, nate tra me ragazzo cresciuto e ragazzini di 12/13 anni di cui non capivo neanche una parola, sono ancora oggi vive. Per esempio, durante l' ultimo viaggio, un ragazzone alto e magro mi fermò per la strada chiamandomi per nome e abbracciandomi forte mi disse: "Francesco come stai?". Era un dei "miei ragazzi" di 10/15 anni prima. Fu un'emozione fortissima. Il tempo passava e i bisogni cambiavano: il nostro gruppo era sempre pronto ad adeguarsi, non senza discussione su come e cosa fare. Intanto in me cresceva la consapevolezza di cosa si stava facendo: cooperazione decentrata, politica di pace, solidarietà senza pregiudizi, volontariato nel pieno senso della parola. Prima forse erano concetti sconosciuti (o quasi)? Un po' alla volta questa è diventata la nostra realtà. Ma la cosa più importante di tutte era "Dare senza chiedere e ricevere molto, ma molto di più".

Per noi fu sempre importante anche FARE RETE: con gli altri gruppi impegnati in ex Jugoslavia, ma anche con le altre associazioni che lavorano per migliorare le relazioni sociali e quindi ancora nuove conoscenze, quindi vedere le cose da angolazioni sempre diverse.

All' interno del gruppo le amicizie diventavano sempre più forti , nascevano simpatie profonde fino a diventare amori. Io mi sono sposato ed ho due figli che sono anche "figli dell'AVIP" ... e non sono l' unico.

Inoltre, prima con un po' di timore, ma successivamente senza paura di non sapere esprimermi... ho cominciato a raccontare di questa avventura a tutti, amici, familiari conoscenti colleghi ... finalmente potevo parlare tanto, ma SENZA PARLARE PER NIENTE!

Ora sono "grande" e senza questa straordinaria esperienza mi sentirei sicuramente "incompleto".

Francesco Zanin

INTERVENTO DI MARIANNA MASIERO - presidente del Comitato di Sostegno alle Forze ed Iniziative di Pace

Un mosaico di tanti gruppi uniti per la pace e la solidarietà

L'AVIP ha raggiunto i suoi primi 20 anni , inizio quindi dicendo BUON COMPLEANNO!

Quando si è piccoli si conta il tempo perché arrivi presto l'età per sentirsi grandi; ad un tratto, quando si conquista questo traguardo, data la grande fretta di crescere, ci si ferma, si riflette, a volte si è costretti a vivere il presente con più responsabilità, preoccupati dagli esami all'università o dalle difficoltà nel cercare un lavoro.. la riflessione inevitabilmente riconduce al passato, ai cambiamenti avvenuti durante la crescita, alle gioie per i traguardi raggiunti con tanto impegno, fatica e con grande entusiasmo.

Un grazie particolare va ai primi temerari che hanno creduto nella nascita dell'AVIP e sono partiti per Doborovci.

In veste di Presidente del Comitato di Sostegno alle Forze e Iniziative di Pace, impegnato in Bosnia nelle Municipalità di Gracanica e Petrovo con progetti per favorire il dialogo interetnico, sono stata invitata ad intervenire oggi durante questo importante convegno.

L'immagine che riassume il Comitato di cui sono Presidente è l'Arcobaleno. Tanti colori diversi uniti tra loro che creano un grande ponte, naturalmente agli occhi sorpresi di chi lo ammira quando compare, crea sensazioni diverse. I tanti colori sono i Comitati Comunali, tra cui l'AVIP, che costituiscono il Comitato di Sostegno alle Forze ed Iniziative di Pace, ogni comitato ha la sua storia, il suo villaggio bosniaco ed il suo carattere (chi più concreto ed operativo, chi più idealista e sognatore, chi più riflessivo, chi più giovane, chi più maturo). Ciascuno, nella sua libertà e con la sua personalità, porta avanti progetti diversi nel proprio villaggio bosniaco (Doborovci - AVIP, Soko – Perché no?, Skahovica - Unamano, Pribava – Spalle Larghe, Gornja Orahovica - Sconfinamenti, Kakmuž – Idemo), tutti insieme poi sono uniti nel favorire la riconciliazione tra serbi e musulmani, portando avanti progetti diversi di cooperazione decentrata.

Per dare spazio alla speranza e per continuare a guardare con fiducia al futuro voglio parlare brevemente del progetto "SUMMER CAMP" nato tre anni e rivolto ai giovani delle due municipalità: giovani che prima sono stati animati dai volontari in attività legate all'intercultura e ora stanno diventando loro stessi animatori nei confronti di altri giovani. Questo è l'esempio di come i progetti nel tempo mutano da sé, si sviluppano non soltanto per l'impegno di noi volontari ma soprattutto perché al ns. fianco ci sono altre persone, i bosniaci che credono in questi progetti e si mettono in gioco. Senza di loro i progetti non potrebbero avere futuro.

Altri sono i progetti che l'AVIP porta avanti con gli altri comitati: giochi senza frontiere per ragazzi durante la settimana estiva, progetto agricoltura, progetto "scuole.. ponti di pace", dialogo con le istituzioni di Gracanica e Petrovo. Ed inoltre l'ultimo nuovo esempio di intercultura è stata l'esperienza degli studenti dell'Istituto Cornaro, ospiti del Liceo di gracanica ai primi di novembre grazie anche alla presenza delle insegnanti oggi qui presenti.

Per non dilungarmi troppo, concludo.

Le idee sono tante, i progetti pure, i giovani bosniaci che sono la nostra speranza ci sono e quindi ....

Andiamo avanti! auguro almeno altri 20 anni di vita all'AVIP per continuare ad essere protagonista con gli altri comitati di questa grande avventura!

Masiero Marianna

RELAZIONE DI AZRA NUHEFENDIĆ - giornalista

Ex Jugoslavia: dopo la guerra nel cuore di una nazione - prospettive e difficoltà per la pace nella riconciliazione

A vent'anni dall'inizio della guerra in Jugoslavia, e a diciassette anni dagli Accordi di Pace, mi piacerebbe dirvi che la situazione in Bosnia e Erzegovina (BiH), Paese nato dopo la dissoluzione della Jugoslavia, è molto migliorata, che ci si vive bene, che c'è lavoro, e che non ci sono problemi grossi. Purtroppo negli ultimi anni la situazione è regredita, è peggio che dieci anni fa. L'attuale situazione in BiH si potrebbe definire come la continuazione della guerra con la politica.

Nell'immediato dopoguerra ci fu molto entusiasmo; la gente era contenta perché non si sparava né si moriva più, e c'era da mangiare. Arrivavano molti aiuti dal mondo; si calcola che in Bosnia siano arrivati più soldi, in assoluto, che alla Germania o al Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Ed è evidente dove oggi sono arrivati questi due paesi - sono tra i più sviluppati nel mondo; invece la Bosnia, è come se andasse indietro.

In BiH i vecchi sistemi sociali sono stati distrutti, mentre i nuovi non funzionano; è un paese in transizione dal sistema comunista verso il capitalismo. In Bosnia la transizione comporta che nella politica ed economia regna qualcosa che sta tra il feudalismo e l'anarchia. Tutto questo sarebbe un peso anche per un paese più ricco, più ordinato e più giusto, e stabile, figuriamoci per la Bosnia cosi come è.

La Bosnia oggi è il paese più povero in Europa, e il primo paese per la corruzione. Si calcola che il 50% della popolazione sia senza lavoro, ma probabilmente la percentuale è maggiore. In Bosnia ci sono intere parti della società che non si sono riprese a vent'anni dall'inizio di guerra: decine di migliaia degli orfani di guerra, altrettante le vedove, le vittime di stupri, migliaia di veterani, e quelli che - a diciassette anni dopo la fine di guerra- sono ancora i profughi nel proprio paese.

Questi gruppi della società sono composti dalle persone disagiate, non solo per quello che gli è successo in guerra, ma perché molti tra di loro oggi sono ammalati, soffrono di trauma, sono disoccupati, e la maggior parte vive di sotto la soglia di sopravvivenza.

La situazione in BiH è condizionata dalla politica e dai politici locali, dalla situazione generale nei Balcani (irrisolto conflitto Kosovo-Serbia), dai rapporti con i principali vicini (la Serbia e la Croazia), e dagli interessi della comunità internazionale nei Balcani.

Quel che è peggio in BiH, secondo me, è la divisione etnica del Paese. Il popolo bosniaco che appartiene ai tre principali gruppi entici (serbi, musulmani e croati) è sempre più diviso. La Bosnia, in base agli accordi di Dayton, è fatta di due entità: da una parte la Repubblica Srpska che - come dice il nome stesso - è creata solo per i serbi, e dall'altra parte la Federazione, che comprende musulmani (bosgnacchi) e croati. Nei territori maggiormente popolati da una etnia, ci sono ancora le sacche di quelli costituiscono la minoranza etnica o religiosa, ma lo scopo della guerra, la divisione territoriale ed etnica della BiH, è quasi compiuto. Inoltre la divisione tra i popoli che per secoli vivevano insieme, hanno la storia comune, parlano la stessa lingua, condividono la stessa tradizione etc., è sempre più evidente. Per citare un collega giornalista bosniaco: la gente in BiH non ci vive insieme ma "gli uni contro gli altri".

La divisione etnica e religiosa del popolo bosniaco non è un processo spontaneo, né naturale né inevitabile. La multietnicità bosniaca sta scomparendo non perché i suoi popoli si odiano, non perché quelli che professano varie religioni non possono viverci insieme, o perché sono talmente diversi che non si supportano. In BiH la divisione tra i popoli è il prodotto della politica nazionalistica sostenuta dai politici nazionalisti, la stessa politica con quale era iniziata e fu fatta la guerra.

In BiH i principali promotori di questa politica sono i politici. Io Non sono tra quelli che sostengono che tutti sono ugualmente colpevoli, il che vuol dire che nessuno è responsabile. Responsabili sono i politici bosniaci, croati ma prima di tutti i serbi bosniaci con il loro leader Milorad Dodik, il presidente dell'entità della Republika Srpska (RS).

Negli anni del dopoguerra, secondo me, il presidente dei serbi bosniaci Milorad Dodik sta portando avanti il lavoro che avevano iniziato i suoi predecessori, i politici serbi e i serbi bosniaci, degli anni novanta: la distruzione/divisione della BiH. Di questo Dodik parla esplicitamente e coglie ogni occasione per dire che non considera la BiH la sua patria e che il suo obiettivo è separarsi dalla BiH e unirsi con la Serbia.

Immediatamente dopo la guerra Milorad Dodik si è presentato come uno diverso dai politici con-nazionali che avevano guidato i serbi bosniaci durante la guerra; si faceva vedere come uno libero dal male che in Bosnia, durante la guerra, aveva provocato la politica nazionalista serba. Dodik ha fondato e fa tuttora il capo di un partito che si dichiara socialdemocratico; però quello che sta facendo questo partito è tutt'altro rispetto ai valori della socialdemocrazia europea. Spesso quello che dice e fa Dodik oggi supera gli atti e le dichiarazioni estreme nazionalistiche e scioviniste dell'ex leader dei serbi bosniaci, Radovan Karadzic, attualmente davanti al Tribunale de L'Aia accusato per genocidio e crimini contro l'umanità.

Questo oggi è possibile non perché Dodik è forte, importante, e talmente bravo, ma perché dietro le spalle di Dodik e della RS ci sono la politica e il sostegno della Serbia, della Russia di Putin e Medvedev. Dodik, come a sua volta Karadzic, non potrebbe fare nulla senza il supporto politico ed economico di Belgrado, che non ha mai smesso (a prescindere se in Serbia governa un partito nazionalista, democratico o liberale) di sperare e lavorare perché un giorno la metà della BiH, cioè la RS diventi parte della grande Serbia. I politici di Belgrado in pubblico dichiarano che sostengono l'unità e l'indipendenza della BiH, ma nei fatti appoggiano la Republika Srpska e incoraggino le sue aspirazioni separatiste.

Ad esempio, dopo le ultime elezioni in Serbia sono "riapparsi" (rieletti) i politici che facevano parte dell'entourage dell'ex presidente serbo Slobodan Milošević e del suo infame partito SPS. L'attuale presidente della Serbia Tomislav Nikolić, il leader del partito radicale, si vanta di essere "uno cetnik". I cetnici sono i duri nazionalisti serbi che dichiarano, come il proprio obiettivo, la creazione della grande Serbia, etnicamente pura e della quale almeno la metà della BiH deve far parte. I cetnici nella guerra degli anni novanta, come anche nella Seconda Guerra Mondiale, erano responsabili per le uccisioni di migliaia dei non serbi in Bosnia.

Durante la guerra degli anni novanta era molto diffusa l'affermazione che "non si sa esattamente cosa sta succedendo in BiH", si ripeteva in continuazione che "non si sa chi è l'aggressore e chi si difende", né "chi è vittima e chi è colpevole". Le informazione sulla guerra in BiH, sulle cause e sull'andamento del conflitto si manipolavano, i politici della cosiddetta comunità internazionale seguivano nei Balcani gli interessi dei rispettivi paesi, perché non esisteva (e secondo me non c'è tutt'oggi) una consistente politica dell'Unione Europea verso la BiH e i Balcani. Per questo le informazioni erano manipolate, offuscate, spesso inventate.

Io credo che quelli che volevano sapere avevano i modi e i mezzi di conoscere la verità. Si sapeva chi bombardava le città, chi teneva le città sotto assedio, chi aveva creato i campi di concentramento, chi faceva la pulizia etnica.

Dopo la guerra davanti al tribunale de L'Aia, tramite le testimonianze e i milioni di documenti probatori, è stato provato che la guerra in BiH fu una aggressione. La BiH, indipendente e riconosciuta a livello internazionale, fu attaccata dalla Serbia e dalla Croazia, con lo scopo per dividere il suo territorio, proprio come succedeva mille, duecento, o cinquanta anni fa.

La religione e l'etnia non sono state la causa della guerra, ma furono utilizzate per incitare l'odio tra il popolo e per facilitare la conquista della terra. La maggior parte dei politici nazionalisti (serbi, bosniaci, croati) che durante la guerra con i crimini, il genocidio, gli stupri, l'assedio, i campi di concentramento, e la pulizia etnica, hanno tentato di dividere la Bosnia Erzegovina, sono stati sconfitti, processati e condannati. Ma, purtroppo, non è stata sconfitta la politica nazionalistica; anzi, va avanti con diversi metodi.

La Bosnia continua a essere la vittima dei due paesi vicini, la Serbia e la Croazia, che tramite la politica, l'economia e le relazioni in generale, impediscono l'emancipazione e lo sviluppo della BiH. Sia la Croazia che la Serbia, mediante i partiti nazionalisti, rispettivamente dei croati e dei serbi bosniaci, continuano a interferire negli affari interni della BiH ostacolando la sua indipendenza ed esistenza.

Un esempio: il governo di Belgrado, con la scusa di rafforzare le relazioni privilegiate con i serbi bosniaci, s'incontra regolarmente a Banja Luka, cioè sul territorio di un paese indipendente (BiH), per discutere, solo ed esclusivamente, con una parte del popolo bosniaco, cioè con i serbi. Sarebbe come se il governo tedesco facesse le riunioni solamente con il rappresentanti della minoranza tedesca di Alto Adige, ignorando il governo italiano di Roma, e facendo i conti solo con quelli che nutrono le speranze che un giorno l'Alto Adige diventi parte di un paese straniero.

E' una chiara dimostrazione che i politici di Belgrado si sentono padroni in BiH e che possono fare quello che gli pare. Le riunioni dei politici serbi e dei serbi bosniaci non sono una formalità, né solo una dimostrazione delle aspirazioni e dei giochi di poteri, ma servono anche per progettare e stipulare collaborazioni e affari che, spesso, sono la competenza esclusiva del governo di Sarajevo, cioè dello Stato BiH.

La politica separatista dei serbi bosniaci non riscontra nessuna seria reazione dalle varie organizzazioni internazionali create per sorvegliare la pace in BiH. Poiché la politica di secessione non è stata penalizzata, anche i croati bosniaci insistono sempre di più di avere la propria entità, quella croata.

Se questo succede, se in Bosnia si crea la terza entità, significherebbe la definitiva divisione della BiH, e di conseguenza la sua sparizione come Paese unico e indipendente. Queste intenzioni di creare nuovi paesi basati sulla purezza etnica, religiosa o nazionale ,presentato un anacronismo storico, è un processo retrogrado. Gli stati basati sull'etnia non garantiscono la pace, anzi spesso - specialmente nelle regioni dove i popoli si mescolano nel passato, come i Balcani - pavimentano la strada per i futuri conflitti.

Quale futuro si profila per la BiH e altri paesi nati dopo lo disfacimento della Jugoslavia? Quale sarebbe la soluzione dei problemi presenti?

La cosa migliore, secondo me, sarebbe che tutti i paesi sorti dalla dissoluzione dell'ex Jugoslavia entrassero a far parte dell'Unione Europea. Anche se l'Unione Europea, oggi, non è quello che si sognava e si voleva, per i paesi balcanici sarebbe la soluzione migliore. Una volta divenuti membri dell'Unione Europea, i confini dei paesi non si cambiano, perché nel mercato unito, e in una società democratica e civile, diminuisce l'importanza della frontiera.

Nel passato in Bosnia e nei Balcani, in generale, le guerre si facevano per il territorio, cioè per cambiare i confini. Anche se è vero che la BiH di oggi non è più il paese multietnico e multireligioso come una volta, non è neanche nettamente diviso per l'etnicità o la religione, il che significa che le future guerre porteranno nuovo spargimento di sangue.

E' chiaro, non basta diventare membro dell'UE per cambiare/migliorare la situazione di un paese, per migliorare la vita dei cittadini ed evitare i conflitti. Le responsabilità per i problemi è in primis sui politici bosniaci che continuano a utilizzare la religione e la nazionalità per contrapporre i popoli, perché insistono sul quello che ci divide e che è diverso, invece di dare importanza a quello che ci accomuna.

Fino ad oggi i politici bosniaci di tutte le provenienze, non costruiscono, ma stanno distruggendo il patrimonio nazionale e tutto quello che era stato creato con le nostre mani e le risorse di tutti noi in cinquant'anni della Iugoslavia. L'industria è distrutta o "svenduta", non si produce quasi niente, e adesso stanno svendendo anche le ricchezze naturali della Bosnia Erzegovina: l'acqua, le foreste, le miniere, la terra. In assenza delle leggi e dei controlli le foreste bosniache stano scomparendo a una velocita spaventosa. La Bosnia, un paese ricco d'acqua, in futuro potrebbe avere i problemi con l'acqua potabile, perché i politici attuali stanno liquidando il patrimonio idrico dando licenze alle compagnie internazionali di dubbia reputazione per costruire decine delle centrali idroelettriche. Alcuni di questi progetti, come nel caso dei fiumi Neretva e Drina, provocherebbero un vero disastro naturale. L'economia non cresce, il paese sta andando avanti grazie ai debiti presi nel mercato mondiale, il che vuol dire che i politici attuali ci stanno derubando anche del nostro futuro.

La maggior parte dei politici bosniaci, a prescindere dal fatto che siano serbi, croati o bosniaci, sono corrotti, badano agli interessi propri o degli stretti collaboratori e famigliari. Essi spesso sono legati ai gruppi criminali, oppure promuovono gli interessi delle compagnie internazionali a svantaggio del proprio Paese. Due piccoli esempi: la raffineria a Bosanski Brod è stata ceduta dai politici della RS quasi gratis a un magnate russo, in nome dell'amicizia e fratellanza ortodossa tra i russi e i serbi. Oppure un monumento storico-turistico importante, la Tekija (monastero derviscio) di Buna, località vicino a Mostar, è stata "affittata" (dai politici bosgnacchi) per una somma misera, per i prossimi cento anni, ad una agenzia turca, in nome dell'amicizia e fratellanza dei musulmani bosniaci e i turchi.

La situazione nella Bosnia Erzegovina d'oggi, malgrado sia difficile, non dovrebbe scoraggiarci, ma essere una ragione in più a tornare in Bosnia, per aiutare, fare, istruire, insieme con gli amici acquistati. Fermarsi o scoraggiarsi per la difficile situazione sarebbe come tradire se stessi, perché due decenni di volontariato in Bosnia sono una prova che con i piccoli passi si fanno le opere grandi, anche nelle situazioni critiche e drammatiche come fu durante la guerra.

Azra Nuhefendić

RELAZIONE DI GIACOMO SCOTTI - giornalista, poeta e scrittore

Percorsi di pace: incontro di popoli e culture

Carissimi amici, voglio subito precisare che la mia memoria non riesce a conservare tutto quello che si è accumulato in una vita erratica e avventurosa negli ultimi vent'anni. Anche perché, a cominciare dallo scoppio della guerra nell'ex Jugoslavia nel 1991, io militai dapprima nell'organizzazione umanitaria e pacifista Suncokret (Girasole) e poi nel Duga (Arcobaleno) da me stesso fondato e presieduto dal 1992 in poi. Lasciai la prima dopo aver scoperto che nella sua attività si nascondevano operazioni poco pulite a beneficio di una sola persona ed in rappresentanza di un solo popolo e di una sola religione. Fondai perciò la nuova associazione "Arcobaleno" per potere servire veramente la pace e riunire in essa volontari di varie nazionalità dell'ex Jugoslavia residenti in quell'epoca a Rijeka (Fiume): croati, serbi, bosgnacchi, italiani, ungheresi e altri, mettendoci al servizio unicamente delle vittime della guerra, al servizio della pace, lavorando con spirito di solidarietà e di fraternità verso tutti i popoli.

La mia organizzazione, inoltre, si trovò presto a collaborare con le sempre più numerose associazioni pacifiste e umanitarie italiane, che a loro volta cercavano il modo più facile per varcare il confine e le dogane, cercando soprattutto utili contatti per fare arrivare ai bisognosi i loro aiuti umanitari oltre l'Adriatico. Essi ignoravano chi ne avesse avuto veramente bisogno, ignoravano la loro lingua e la vera situazione sul terreno, perciò indirizzai a loro le attenzioni della mia organizzazione.

"Duga-Arcobaleno" fece perciò da collegamento con circa quaranta associazioni italiane, da "Beati i costruttori di Pace" di Don Albino Bizzotto ad altre associazioni del volontariato dell'area padovana e veneta quali "I ragazzi di Padova" e i "Ragazzi di Mestre"; poi ancora dal Friuli al Piemonte, dal "Time for Peace" di Genova fino alle associazioni di Bologna, Reggio Emilia, Parma, Guastalla, Modena, Milazzo, Monza, Bergamo; da Trieste a Napoli perfino.

Fin dalle origini di "Arcobaleno" fui a contatto anche con l'AVIP (Associazione di Volontari per Iniziative di Pace) di Sant'Angelo di Piove, come certamente ricorderanno Angelo Danese, la famiglia Zanellato con alla testa Roberta, e, via via, la dolcissima poetessa Mariuccia Faccini, il professore Mario Fiorin, e tanti altri carissimi amici e amiche. Li abbraccio tutti stasera. Vorrei ricordare anche gli indimenticabili momenti di collaborazione con la tenace ed attivissima Lucia Zanarella di Campo San Martino, che mi vide, accanto a lei, sulle vie difficili della Bosnia, la coraggiosa donna che ci aprì le strade per Gracanica e per le altre località che sarebbero diventate i punti di riferimento dell'amore e della solidarietà della vostra associazione. Altre vie me le insegnò pure, tanto per restare ai conoscenti, il mio grande amico Andrea Rossini, che si spinse fino a Zavidovici. Insomma, la moltitudine delle associazioni e dei protagonisti di quelle associazioni italiane con le quali ho collaborato in quegli anni; il gran numero di campi profughi che furono "adottati" da "Duga–Arcobaleno" e, tramite quella associazione, dai donatori in arrivo dall'Italia, dall'Istria alle pendici del Monte Maggiore, a Fiume e dintorni, all'isola di Krk (Veglia) e al Litorale croato da Novi Vinodolski fino a Senj (Segna).

Il gran numero di città, cittadine e paesi che visitai nell'Italia in quegli anni per partecipare a convegni, tenere conferenze, animare raduni e dibattiti, allo scopo di far conoscere agli italiani la triste situazione delle vittime della guerra in Jugoslavia (anche con la pubblicazioni di libri ed opuscoli): tutto questo continuo vagabondare fra le due sponde non mi permette oggi di tracciare un itinerario completo dei viaggi, degli incontri, delle attività che mi collegarono e tuttora mi uniscono alle associazioni italiane, tra le quali c'è anche l'AVIP si Sant'Angelo di Piove. Tuttavia questa associazione ed i suoi protagonisti resteranno per sempre nel mio ricordo e nel mio cuore per una peculiarità.

A differenza di tutte le altre associazioni italiane nate in seguito alla guerra civile jugoslava, iscritte nel mio virtuale diario di pacifismo e di solidarietà, l'AVIP è stata l'unica a non spegnersi con la fine della guerra che dal 1991 al 1995 devastò parte della Slovenia, quasi interamente la Croazia e tutta intera la Bosnia-Erzegovina. L'AVIP ha continuato ad operare ed aiutare anche negli anni successivi, in un lungo dopoguerra senza spargimenti di sangue è vero, ma caratterizzato da un intenso e continuo spargimento di rancori, di vendette, di polemiche, di divisioni, e nella continuità della miseria delle popolazioni.

Ancora oggi in Bosnia-Erzegovina non c'è la vera pace. Ancora oggi in Croazia i serbi cacciati o fuggiti dalle Krajine non sono tornati, o meglio: è tornata appena una piccola parte dei circa trecentomila. Ancora oggi le loro case sono occupate da profughi croati arrivati vent'anni fa dalla Bosnia. Ancora oggi in Bosnia-Erzegovina non tutti i musulmani, non tutti i serbi e non tutti i croati sono tornati alle loro case. Ancora oggi, per citare una città soltanto, Mostar è divisa tra croati e musulmani che fanno a gara a chi costruisce i più alti campanili delle chiese e i più alti minareti delle moschee, quali simboli non di una fede religiosa ma di nazionalismi. Ancora oggi c'è una divisione profonda fra la due entità politico/statali della Bosnia–Erzegovina: la Repubblica Srpska con capitale Banjaluka e la federazione musulmano-croata. All'interno stesso di questa seconda entità continua a prevalere la separazione tra bosgnacchi ( musulmani) e bosniaci croati.

Ecco, in questa situazione l'AVIP padovana ha mantenuto stretti legami con le vittime della guerra, dai bambini ospiti nell'orfanotrofio di Novi Vinodolski (Croazia) fino a Doborovci e paesi circostanti nella lontana provincia di Gracanica, nel cantone di Tuzla. Basta leggere le pagine scritte da Francesco Zanin e Ivano Manzato, due portavoce dei vostri eroi della solidarietà e della pace nel loro bellissimo libro "L'Albero del Pane". Ma nemmeno quel libro dice tutto delle vostre e mie avventure nella Bosnia in guerra e nel dopoguerra. Da esso trapela, tuttavia, quanta umanità e quanta passione sono penetrate in tutti coloro i quali – percorrendo i sentieri di guerra, della distruzione, della miseria e del dolore – hanno seguito gli ardui percorsi della pace, imparando a conoscere il cuore delle tante Svetlana, Sena, Nerma, Azra, Razija, Rada e dei tanti Ramiz, Jasmin, Alija, Izet, Irfan, Dragan, Midhad e altri. Abbiamo conosciuto e amato uomini e donne, soprattutto bambini, appartenenti a popoli e religioni diverse, abbiamo attinto a culture diverse ma mescolate, abbiamo imparato a superare i confini di Stati e soprattutto quelli delle lingue e delle religioni. Oggi anche voi sapete dire "Dobardan", "Hvala", "Dovidjenja". Anche i bosniaci e i bosgnacchi hanno imparato, stando insieme a noi, a dire "Ciao", "Come stai", "Buon giorno" e "Arrivederci". Hanno imparato soprattutto, attraverso la vostra opera e la vostra presenza, ad amare ed ammirare l'Italia e gli Italiani. Voi siete stati i migliori ambasciatori del nostro paese. Avete condiviso, in quella Bosnia dolorosa, i girotondi e le canzoni dei bambini, il vitto della mensa comune, il calore e l'odore delle case nelle quali trascorremmo le notti. Li avete aiutati a ricostruire scuole ed asili d'infanzia, perfino a studiare la nostra lingua. A dirla con una frase suggeritami da Fiorin, posso affermare che nei vostri viaggi, che sono stati anche i miei fino a due anni addietro e poi di mio figlio Walter, abbiamo conosciuto popoli diversi ma non lontani dal nostro. Abbiamo portato ai nostri amici bosniaci, croati e serbi, ed ai bosniaci musulmani un'Italia diversa da come la storia della prima metà del Novecento, ma soprattutto della seconda guerra mondiale, aveva fatto conoscere ai popoli dell'ex Jugoslavia: un'Italia della pace e della solidarietà, della molteplice collaborazione economica e culturale. Più volte ho avuto occasione di dire, ed anche stavolta ripeterò che con voi, portatori degli aiuti umanitari e della solidarietà, l'Italia ha mandato oltre confine decine e centinaia di ambasciatori di amicizia, al punto che venivate accolti come "nasi Talijani", i nostri Italiani. In tal modo è stato stabilito un fraterno dialogo che continua tuttora e, lo spero, darà frutti anche in futuro. Sono stati allacciati legami che, oltretutto, hanno arricchito noi stessi e fanno onore al nome italiano.

Una delle cose più belle che ricordo della mia collaborazione con l'AVIP è la visita che facemmo a Srebrenica, la città martire. Il villaggio di Doborovci che avevamo "adottato", ospitava un migliaio di profughi di quella zona che da cinque – sei anni non erano mai tornati nel territorio di Srebrenica e nella cittadina. Avevano tutti una paura tremenda dei serbi che l'avevano occupata e adesso ci vivevano. E noi a insistere: "andiamo – venite insieme a noi italiani – vedrete che non vi toccheranno". Alla fine riempimmo due autobus: insieme ad una trentina di italiani c'erano una settantina di bosgnacchi. Arrivammo, ci facemmo conoscere, pranzammo in una taverna, il cui gestore e proprietario serbo ci disse di non aver avuto tanti clienti da un anno quanti eravamo noi. E ci ringraziò, servendo con gentilezza italiani e musulmani. I quali musulmani capirono: con il colloquio, con l'incontro, liberati dall'odio e dalla paura dell'altro ci si può capire, si può ricominciare a vivere insieme. L'anno successivo fummo ancora più numerosi, seminammo nuovi semi contro la violenza e per la fratellanza. Lezioni come questa ne abbiamo avuto tante a Gracanica, a Doborovci, a Srebrenica, in tutta la Bosnia, rendendoci uomini e donne migliori. A me...mi hanno ringiovanito nella vecchiaia.

A tutti noi questi anni di volontariato hanno donato il coraggio di esporsi, di dialogare con i diversi e di ascoltarli, di vivere in coerenza per un mondo che utopisticamente vogliamo rendere migliore con l'impegno civile. Un impegno che, intanto, rende migliore ciascuno di noi e consolida i valori. Certo, ci vuole coraggio. Voi tutti avete dimostrato di possederlo. Grazie.

Giacomo Scotti

RELAZIONE DI LJUBICA KOCOVA - Psicologa

Il dopoguerra delle donne

Sono stata in Bosnia per la prima volta nel 2003. In seguito sono tornata più volte quando ne ho avuto la possibilità: per tre mesi ho svolto il mio tirocinio e poi, tra le varie volte, alcune volte sono tornata anche come volontaria assieme all'AVIP.

Così è nata la mia idea, grazie a una borsa di studio del Consorzio per lo Sviluppo Internazionale dell'Università di Trieste, di raccogliere le esperienze traumatiche vissute durante la guerra del 1992–'95 dalle donne della Bosnia. Durante il mio lavoro ho intervistato 21 donne che hanno subito diversi tipi di violenze e molte di loro hanno subito le violenze sessuali. Per poter avere un quadro completo dello status odierno delle sopravvissute, ho intervistato anche diversi operatori/ci: psicologhe e psichiatri che seguono la salute delle donne ed altre organizzazioni non governative che si occupano dei diritti civili delle vittime.

Lo scopo del mio lavoro è stato di esplorare la situazione attuale delle donne di Bosnia (che avevano subito vari tipi di violenze, incluse le violenze sessuali, durante la guerra): le loro condizioni di vita, le difficoltà ma anche le speranze e i progetti per il futuro. Senza chiedere alle donne di ritornare con il ricordo sulle violenze subite in guerra, si voleva esplorare quanto spazio sociale, nella Bosnia di oggi, fosse riconosciuto ai traumi individuali che avevano subito queste donne; quanto riuscissero a ottenere, dalla famiglia e dal contesto sociale, un sostegno morale e materiale; quanto fosse socialmente legittimo parlare e farsi ascoltare sulle loro esperienze.

Sento ora la responsabilità nel trasmettere le loro parole.

Nessuna delle vittime è riuscita a sopravvivere alle forme estreme di violenza e di deprivazione umana senza portare con sé gravi problemi psichici e fisici. I sintomi del disturbo postraumatico da stress (DPTS) sono un problema presente nella vita della maggioranza delle donne intervistate, alleviato solo in parte dalle terapie farmacologiche.

Una delle donne intervistate così descrive i suoi incubi abituali:

"Qualche volta mi prende un grande nervosismo, mi fa venire voglia di buttarmi dalla finestra, non posso controllarmi, le immagini mi tornano davanti agli occhi, ho brutti sogni... E' qualcosa che non passerà mai ...."

Tra i molti sintomi somatici che si verificano, più specifici per queste donne, sono diverse malattie ginecologiche con conseguenti operazioni chirurgiche.

Appena nel 2006, le donne che hanno subito le violenze durante la guerra, sono state riconosciute come vittime civili della guerra. Il film "Il segreto di Esma" e la campagna per "la dignità delle sopravvissute" organizzata dai diversi Centri di assistenza delle donne, hanno iniziato una lotta che però si è fermata soltanto al riconoscimento dello status civile delle vittime. Infatti, le donne hanno ricevuto una minima pensione d'invalidità, per poter sopravvivere nel silenzio.

A causa dei forti pregiudizi ancora presenti nella società bosniaca, soltanto una migliaia di donne ha deciso di accedere alla procedura per il riconoscimento di vittima civile della guerra e in seguito al diritto ad una pensione d'invalidità. In altre parole, il numero delle donne che ricevono una pensione è molto piccolo rispetto al numero stimato delle donne violentate durante la guerra.

Queste donne sono una delle categorie più stigmatizzate nella società bosniaca. Nonostante il riconoscimento di vittime civili e la compassione da parte della società, loro sono considerate meno degne e non corrispondono più al modello di buone madri o figlie, secondo le credenze culturali. Per esempio, una giovane donna intervistata si era innamorata in un ragazzo, però i suoi genitori non gli permettevano di sposarla, perché sapevano delle violenze sessuali da lei subite. Molte di queste donne frequentano le terapie psicologiche in segreto, per paura che si sappia che hanno subito le violenze.

Molte delle donne vittime di violenze ancora oggi vivono nelle abitazioni collettive, costruite nel dopoguerra come alloggi temporanei, in condizioni igieniche molto precarie e incompatibili con una vita normale.

Sono poche le donne che hanno richiesto la restituzione delle loro proprietà, per la paura di ritornare nei luoghi dove hanno subito le violenze e i maltrattamenti. Sabina è stata l'unica delle donne intervistate che è tornata nel luogo di origine. Mi ha spiegato che doveva rientrare a casa prima che facesse buio a causa del terrore che provava quando passava accanto al capannone dove era stata ripetutamente violentata durante la guerra.

Le altre donne non pensano di tornare nei loro luoghi di origine.

"Non tornerò mai lì. Quella città per me, non esiste più. C'è ancora tutto: la scuola dove ci hanno violentato, il capannone lager, le strade dove si uccideva…è tutto identico. Nessuno mi può obbligare a tornare ..."

La situazione è difficile anche relativamente all'accesso alla salute e alla protezione sociale, dato che le donne non hanno nessuna riduzione o esenzione del costo dei farmaci. Più operatrici intervistate spiegano che le donne, percepiscono una pensione d'invalidità di 250 euro al mese e ne spendono circa 60 per i farmaci . La salute delle donne sopravvissute dipende così dal supporto fornito dalle organizzazioni non governative che nel dopoguerra hanno acquisito una grande importanza. Questo settore si avvale di mediche/medici e terapisti/e che offrono alle vittime un aiuto esperto ed empatico, però molto limitato a causa della mancanza di finanziamenti statali. Spiega la psicologa di "Viva Žene":

"Non esiste una strategia statale. Anche quando le donne vogliono fare domanda per il riconoscimento di vittime civili della guerra, devono venire a "Viva Žene" o andare ad altre organizzazioni non governative coinvolte nella procedura. Per quanto riguarda lo stato di salute, se una donna non cerca aiuto, non lo riceve neanche".

Quindi, se una vittima vuole ricevere un aiuto psicologico o sociale, deve rivolgersi alle organizzazioni non governative, che nella maggior parte dei casi dipendono dai finanziamenti di Stati esteri. Tale fatto limita nel tempo il lavoro delle operatrici nei confronti di un gruppo particolarmente sensibile. Purtroppo oggi, molte delle sopravvissute non si sono mai confrontate con la loro terribile esperienza in guerra, sia per scelta propria, sia perché non è mai stata loro offerta la possibilità di parlare con una professionista.

Il loro silenzio è totale nelle zone in cui gli aguzzini sono uomini liberi e spesso impiegati in posizioni di potere. Così spiega il medico del Centro di assistenza "Snaga Žene" di Tuzla:

"Una delle nostre utenti era stata violentata durante la guerra da un suo concittadino che oggi è responsabile di un settore in un Comune di Repubblica Serba. La donna che abita con sua figlia riceve continuamente minacce dal suo aguzzino e la sua vita è diventata un incubo. Non ha più fiducia in nessuno ed è molto preoccupata per la sicurezza della figlia."

Uno degli aspetti centrali del processo di ricostruzione nel dopoguerra era il ritorno dei/delle profughi/e nei luoghi di origine. Purtroppo, non si è riusciti ad offrire un'adeguata assistenza alla popolazione dispersa e il processo di ritorno non avviene in modo soddisfacente. Nel dopoguerra, molte organizzazioni internazionali hanno offerto la costruzione di una casa soltanto alle famiglie complete (che includevano un "capo-famiglia" o dei figli), che erano profughe e volevano tornare. Le persone sole, invece, soprattutto donne anziane, pur avendo espresso il desiderio di ritornare, non hanno avuto diritto ad una nuova casa. Questa situazione viene spiegato della psicologa di "Viva Žene":

"Una donna anziana voleva tornare nel suo paese, sognava la sua nuova casa e di avere una vita come quella di prima. Però non aveva diritto alla casa! Suo figlio ora è un drogato. Forse se lei fosse tornata, sarebbe ritornato anche il figlio. Molte persone anziane avrebbero potuto ospitare i loro nipoti durante le vacanze e così facendo forse sarebbero ritornati per sempre. Nessuna delle organizzazioni si è consigliata con noi. L'unica che ha chiesto il nostro parere sul processo di ritorno è stata l'UNHCR" .

Quando le autorità stabiliscono che non ci sono ostacoli al loro ritorno - per esempio, un'abitazione è stata ricostruita - i profughi dovrebbero tornare "a casa", dove però diventano dipendenti, per l'assistenza, dai servizi sociali locali. Secondo Amnesty (2012), la Repubblica Serba non garantisce nessuno dei diritti legati allo status di vittime civili di guerra, e le donne rischiano di trovarsi totalmente senza mezzi e senza assistenza medica; inoltre, spesso le profughe temono il ritorno perché i loro aggressori sono rimasti impuniti e vivono nel loro stesso villaggio.

Ottenere giustizia: promesse non mantenute

E' molto importante il ruolo del ricordo, della testimonianza e dell'ottenere giustizia nell'elaborazione e nel superamento del trauma e della sofferenza patita (Herman, 1992; Ward & Marsh, 2006). In Bosnia, molte donne vittime di violenze sessuali durante la guerra che hanno testimoniato nei tribunali competenti, non hanno ottenuto giustizia, anzi, sono state svilite dagli avvocati dei loro aguzzini (vedi Henry, 2010); in altri casi, dopo anni, il processo non è ancora iniziato (vedi anche Amnesty International, 2012). Per esempio, le operatrici di "Viva Žene" hanno raccolto 35 testimonianze di donne violentate durante la guerra e le hanno consegnate nel 2003 ai Tribunali locali di competenza, ma fino ad oggi non hanno ricevuto alcuna comunicazione . Non c'è da stupirsi che le vittime di stupro esprimano profonda insoddisfazione e sfiducia nei confronti delle autorità giudiziarie. La situazione esistente d'impunità diffusa, anche se sono passati 16 anni dal termine della guerra, significa non soltanto negare giustizia a migliaia di vittime in Bosnia, ma rappresenta anche una minaccia nella prevenzione di altre gravi violazioni contro l'umanità.

Per queste ragioni, molte delle vittime hanno rinunciato a lottare per ottenere giustizia. Così risponde una donna intervistata, tornata in Bosnia dopo aver conseguito una laurea all'estero, alla domanda se si sentiva in grado di portare avanti la lotta contro i suoi aguzzini:

"Non ti rispondo o come risposta ti faccio un'altra domanda: Quanti stupratori o criminali di guerra sono stati finora arrestati, processati e condannati in Bosnia? Quando trovi la risposta a questa domanda allora capirai perché non voglio parlare non solo del mio trauma, ma neanche dei traumi di tutta la mia famiglia".

"Durante la guerra in Bosnia sono state violentate decine di migliaia di donne. Il numero esatto non è precisamente definito. Il numero stimato è di circa 50.000 donne, ma i tribunali dell'Aia e ICTY ¹ in Bosnia fino ad oggi, per questo tipo di crimine, hanno emesso sentenze soltanto per 15 casi e purtroppo le donne stuprate, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, incontrano tuttora per strada i loro aguzzini…"

La strada del ritorno - di Andrea Rossini

L'articolo, pubblicato da "OSSERVATORIO BALCANI E CAUCASO" il 16 novembre 2012, è collegato al filmato proiettato durante il convegno.

Nella primavera del 2013 si terrà in Bosnia Erzegovina il primo censimento della popolazione dalla fine della guerra. Secondo i dati ufficiali, oltre un milione di profughi e sfollati sono ritornati a casa dopo la pulizia etnica degli anni '90. La reale situazione demografica del Paese sembrerebbe tuttavia molto diversa. Il nostro reportage

"Quando hanno sfondato la linea del fronte, lassù, abbiamo avuto solo 4, 5 ore per abbandonare il villaggio. Siamo partiti in fretta, con una borsa sulle spalle, per salvare la vita."

Duško guarda la collina dietro casa sua. Il 15 settembre del '95, quando è caduta Vozuća, nella vallata adiacente, ha abbandonato tutte le sue cose ed è diventato un profugo. Oltre due milioni di persone, durante la guerra in Bosnia Erzegovina (BiH), tra il 1992 e il 1995, hanno subito il suo stesso destino.

Venti anni dopo l'inizio di quel conflitto, nessuno sa esattamente quanti di loro siano tornati a casa.

"Io sono ritornato l'8 marzo del 2001, con un primo gruppo di 20 famiglie. Fino a quel momento siamo rimasti nella periferia di Doboj, in Republika Srpska [una delle due entità in cui la BiH è divisa, ndr], a circa 50 km da qui. Tornare è stato difficile. Qui c'era la nostra fattoria, vivevamo di quello. Le stalle non c'erano più – racconta mostrando un vecchio cumulo di macerie – e la nostra riserva di bestiame era stata distrutta."

La casa di Duško, come la gran parte delle case del suo villaggio, Bočinje, nel comune di Maglaj, era stata occupata da una famiglia di mujaheddin, volontari stranieri che durante la guerra avevano combattuto in Bosnia centrale a fianco dei bosniaco musulmani.

"Qui a Bočinje, e nei villaggi circostanti, si erano insediate 145 famiglie di stranieri, più alcune centinaia di famiglie di mujaheddin bosniaci. Non volevano andarsene. Alla fine sono stati obbligati a farlo dalla comunità internazionale e dalle autorità locali. Sono rimasti solo quelli che erano riusciti ad acquistare legalmente un immobile prima del nostro ritorno. Con loro all'inizio abbiamo avuto qualche problema, non proprio scontri violenti, diciamo discussioni. Col tempo, però, si è tutto tranquillizzato. Anzi, negli ultimi tre anni sono iniziate anche delle forme di collaborazione tra noi, ritornanti serbi, e i mujaheddin. Direi che almeno la metà dei ritornanti si incontra con loro per comprare o vendere prodotti, scambiarsi cose."

Bočinje è un villaggio della Bosnia rurale che, prima della guerra, contava circa 4.000 abitanti. Se si considera la storia recente di questa comunità locale, e il fatto che quasi tutte le sue abitazioni erano state distrutte, parte nel '95 e parte nel 2001, quando i mujaheddin se ne sono andati, si può ritenere che qui il processo di ritorno abbia avuto successo. Le case sono state ricostruite a gruppi di 10, 20, in base alle disponibilità delle organizzazioni che si occupavano della ricostruzione. Come altrove in Bosnia, i fondi non sono stati sufficienti per risanare tutti i danni. La maggior parte delle persone, però, ha avuto la possibilità di ritornare, le proprietà sono state restituite e, secondo i residenti, non ci sono più problemi di sicurezza.

Eppure, molti di quelli che sono ritornati, sono partiti di nuovo. Oggi, nella comunità locale di Bočinje, abitano poco più di 600 persone. Meno di un quarto degli abitanti originari.

Bombardamento improvviso

Pochi chilometri a nord di Bočinje, seguendo il corso della Bosna, si entra in Republika Srpska. Uno dei primi villaggi che si incontrano lungo il fiume, dopo Doboj, è Kotorsko. Prima della guerra, Kotorsko era un villaggio completamente bosgnacco (bosniaco musulmano). Lo è anche oggi, nonostante si trovi nel territorio dell'entità a maggioranza serba. Venti anni fa però, all'inizio della guerra, i bosniaco musulmani di Kotorsko erano stati improvvisamente costretti a fuggire.

"Il primo maggio del '92 – ricorda Muhamed - eravamo tutti insieme a Doboj, con serbi e croati, a festeggiare la festa del lavoro. Poi, due giorni dopo, sono cominciati i bombardamenti sul nostro villaggio. Non riuscivamo neppure a crederci. Ci siamo difesi fino a quando abbiamo potuto ma alla fine, il 17 giugno, abbiamo dovuto abbandonare le nostre case. Siamo riusciti a evacuare l'intero villaggio, ma abbiamo perso tutto."

La rapidità con cui la pulizia etnica ha operato in Bosnia all'inizio della guerra, in particolare nel territorio dell'attuale Republika Srpska, è stata recentemente evocata nel corso del processo Karadžić da un'esperta di demografia, Ewa Tabeau, testimone della Procura.

Secondo Tabeau, circa 300.000 bosniaco musulmani hanno dovuto lasciare le proprie case nei primissimi mesi del '92 e in alcuni comuni, come ad esempio Prijedor, il loro numero è caduto del 97% tra il '92 e il '97, a fronte di un incremento della popolazione serba di oltre il 100%.

Anche il villaggio di Muhamed, Kotorsko, è stato occupato dai serbi, e i bosniaco musulmani sono potuti rientrare solo nel 2000. Una parte della cittadina era distrutta, una parte ancora occupata.

"All'inizio non è stato facile, spiega Muhamed. La gente si era insediata nelle case, c'è stata resistenza. Poi, quando hanno visto che non c'era altra soluzione, pian piano i serbi se ne sono andati."

Le donazioni internazionali non sono state sufficienti a ricostruire le case di tutti. Alcuni, specie quelli che erano fuggiti all'estero, hanno dovuto fare da soli. Nonostante le difficoltà, tuttavia, anche la storia di Kotorsko sembra un successo. Tutte le proprietà sono state restituite e il ritorno è una realtà.

Anche in questo villaggio però, che prima della guerra contava 3.600 abitanti, oggi ne vivono meno della metà. Più di 2.000 abitanti non ci sono più. Scappati dalle bombe nel 1992, hanno deciso di non tornare. Sono rimasti in Canada, Australia, Stati Uniti, o altrove in Europa. Se tornano a Kotorsko, è solo per le vacanze estive. Qui, del resto, non c'è lavoro. "Solo un po' di commercio o edilizia, dice Muhamed. Le fabbriche non ci sono più. Ci sono solo i bar".

Trnovo Polje 1

Ai piedi della collina su cui sorge Kotorsko, su un'ansa del grande fiume che dà il nome al Paese, la Bosna, c'è uno spiazzo. Qui sorge un agglomerato di case costruite senza un ordine preciso. Non ci sono infrastrutture, al di fuori di una strada sterrata e di qualche palo elettrico. L'acqua non arriva dappertutto e la rete fognaria è inesistente. Gli abitanti chiamano questo posto "Trnovo Polje 1". Sono per lo più serbi che avevano occupato le case dei bosgnacchi di Kotorsko e che, dopo la restituzione delle case, non hanno voluto o potuto ritornare dove vivevano prima della guerra.

"Non tutti vogliono ritornare, specialmente quelli che hanno perso qualcuno in questa guerra sfortunata", spiega Simo, un uomo sui 50 anni. "Io sarei tornato, ma la mia casa è stata distrutta fino alle fondamenta. Non c'è più niente, non sembra neppure che lì ci fosse una casa. Ho chiesto aiuto per la ricostruzione, o una compensazione, ma non ho ottenuto nulla."

Per alcuni anni, Simo ha occupato la proprietà di una donna bosniaco musulmana a Kotorsko. Quando lei è tornata dalla Germania, dove era fuggita durante la guerra, Simo ha attraversato la strada e ha costruito una baracca a Trnovo Polje 1. Col tempo, e non senza polemiche, quella baracca, insieme ad alcune altre decine, è diventata in muratura e, da soluzione provvisoria, è divenuta definitiva.

Di nuovo in Federazione, la parte del Paese a maggioranza croato-bosgnacca, incontriamo un altro gruppo di ritornanti a Zeleče, nel comune di Žepče. Živko, un serbo, si lamenta della totale mancanza di lavoro. Un vicino bosgnacco mi conferma che molti di loro, dopo essere ritornati, hanno venduto le case e sono partiti di nuovo.

Nel lungo dopoguerra bosniaco, i profughi hanno seguito strade diverse. Alcuni hanno deciso di non ritornare, restando all'estero o in altre zone del Paese. Altri, invece, hanno cercato di tornare a casa. Spesso, però, questi ultimi non hanno trovato quello che si aspettavano e sono partiti di nuovo, dando vita ad una seconda ondata migratoria dopo quella degli anni '90. Gli effetti di questo secondo esodo non sono ancora stati valutati.

I dati del ministero

Mario Nenadić, funzionario del ministero per i Diritti Umani e i Rifugiati della Bosnia Erzegovina, attualmente assistente del Ministro, ha seguito la questione dei ritorni dal suo inizio.

"Secondo i nostri dati", ha spiegato Nenadić ad Osservatorio, "le persone che hanno dovuto lasciare il Paese durante la guerra, o che sono sfollate in altre zone della Bosnia Erzegovina, sono 2 milioni e duecentomila. L'ultimo censimento che è stato fatto in questo Paese, quello del 1991, aveva registrato 4 milioni e trecentomila abitanti. Oltre la metà della popolazione bosniaca, dunque, è stata costretta ad abbandonare le proprie case."

Circa un milione, secondo il ministero, sono quelli che sono fuggiti all'estero. Leggermente superiore il numero degli sfollati interni, rifugiatisi nelle zone del Paese dove la loro nazionalità era maggioranza. I dati del governo, alla primavera del 2012, indicano che, di queste due milioni e 200.000 persone, 1 milione e 70.000 sono ritornate alle proprie case. Le famiglie ancora in lista per ottenere la ricostruzione del proprio immobile, e poter fare ritorno, sono 47.000. Infine le persone che, in Bosnia Erzegovina, hanno ancora lo status di sfollati, sono 113.000.

Nel 2010 il ministero ha pubblicato un documento dal titolo "Strategia di revisione dell'attuazione dell'Annesso 7 di Dayton", la parte degli Accordi di Pace che stabilisce il diritto di tutti i profughi a fare ritorno alle proprie case. La strategia fissa il 2014 come data entro la quale garantire il diritto a tornare per quanti ancora desiderino farlo. Entro la stessa data dovranno essere risolti i problemi ancora pendenti di compensazione per coloro che hanno avuto le proprietà distrutte. Una serie di componenti aggiuntive, che includono salute, scuola, lavoro, sminamento e infrastrutture, completano il documento.

Nel descrivere a Osservatorio la strategia, Nenadić sottolinea uno dei successi ottenuti dalla Bosnia Erzegovina nell'affrontare questo tsunami demografico: la risoluzione della questione dei diritti di proprietà, massicciamente violati nel corso degli anni '90. "Nel corso di questi enormi spostamenti di popolazione – ci spiega - le proprietà occupate illegalmente sono state 225.000. Ad oggi siamo riusciti a restituirne il 99,9%, praticamente tutte."

Il processo di restituzione delle proprietà, tuttavia, non è stato indolore. Spesso chi occupava una casa, e non voleva o poteva tornare nella propria, veniva trasferito in un alloggio temporaneo per lasciare spazio ai legittimi proprietari. Questi alloggi temporanei, tuttavia, con il tempo sono divenuti definitivi e oggi in Bosnia Erzegovina ci sono ancora più di 8.000 persone che vivono in circa 150 centri collettivi di piccole e medie dimensioni. Molti di loro sono vittime degli sgomberi fatti in conseguenza del meccanismo di restituzione delle proprietà.

Non tutti i Paesi della regione, inoltre, hanno affrontato allo stesso modo la questione dei diritti di proprietà. La Croazia, ad esempio, diversamente dalla Bosnia Erzegovina, ha negato ai profughi il diritto di riprendere possesso degli immobili quando si trattava di appartamenti in "proprietà sociale", una forma di proprietà vigente nella Jugoslavia socialista. In Bosnia, dunque, per lo più in RS, ci sono oggi ancora circa 7.000 rifugiati che provengono dalla Croazia, in particolare dalla Krajna, e che non possono riottenere la proprietà delle case in cui vivevano prima della guerra. Molti di questi sono in alloggi temporanei o centri collettivi (1).

Il nuovo esodo

A poche decine di metri dalla sede del governo bosniaco, dall'altro lato della Zmaja od Bosne, si trovano gli uffici dell'UNHCR, l'organizzazione alla quale gli accordi di Dayton hanno affidato il compito di sovrintendere al ritorno di profughi e sfollati. L'UNHCR stima di avere speso circa 800 milioni di dollari per adempiere al proprio compito in Bosnia. La cifra spesa per sostenere il processo di ritorno, tuttavia, è certamente molto più alta. Nessuno tuttavia dispone di un quadro complessivo della materia, dato che i finanziamenti sono avvenuti spesso in maniera bilaterale, tramite gli Stati e varie organizzazioni internazionali, governative o no, e senza coinvolgere il governo centrale.

Scott Pohl, Senior Protection Officer per l'UNHCR in Bosnia Erzegovina, conferma sostanzialmente i dati relativi ai ritorni forniti dal ministero. Secondo l'UNHCR, tuttavia, il milione e più di ritornanti sarebbe suddiviso in circa 550.000 che sono tornati a vivere in luoghi dove la propria etnia è maggioranza, e 450.000 tornati dove oggi rappresentano la minoranza.

"Noi pensiamo che i ritorni di maggioranze siano stati assolutamente sostenibili – afferma Pohl - e che quelle persone siano rimaste a vivere dove sono rientrate. I ritorni delle minoranze, invece, sono stati molto più difficili. È possibile che una parte di questi abbia trovato troppo difficile restare nei luoghi di origine, dopo avere riottenuto la proprietà, e abbia deciso di vendere. È anche possibile che abbiano venduto il proprio immobile immediatamente dopo averlo riottenuto, o che abbiano deciso di tornare solo durante i week end. Non ci sono stime su quanti di questi siano riusciti a rimanere, dopo il ritorno."

Il prossimo censimento, programmato per l'aprile dell'anno prossimo, al termine di lunghe discussioni tra le principali forze politiche del Paese, potrebbe dunque riservare delle sorprese. I ritornanti, secondo i dati ufficiali, sono poco più di un milione. Se tuttavia solo la metà di questi, 550.000, sono davvero ritornati, nel 2013 la Bosnia Erzegovina, che nel 1991 contava 4.300.000 abitanti, e che ha avuto 100.000 vittime durante la guerra, rischia di scoprire di essere un Paese spopolato. Inoltre, se gli unici effettivi ritorni sono quelli delle maggioranze, il censimento potrebbe fotografare una Bosnia ufficialmente divisa in tre zone sostanzialmente omogenee dal punto di vista etnico: una serba, una croata e una bosgnacca.

Fine del melting pot

"Il progetto di pulizia etnica, purtroppo, ha avuto successo", sostiene Srečko Latal, analista dell'International Crisis Group a Sarajevo. "Il grande melting pot che la Bosnia Erzegovina rappresentava prima della guerra, specie nelle aree urbane, non esiste più. La BiH oggi è una somma di comunità locali, cantoni, regioni prevalentemente monoetniche. Anche le grandi città, come Sarajevo o Banja Luka, sono abitate essenzialmente da un gruppo etnico. Il processo di restituzione delle proprietà è stato condotto in maniera efficace, ha avuto successo quasi per il 100% dei casi. Spesso però i proprietari, dopo aver riottenuto la casa, l'hanno venduta o scambiata per restare dove erano maggioranza."

Secondo Latal, è stata la tempistica dei ritorni ad essere sbagliata. "I primi anni dopo la guerra sono stati il momento in cui la vera opportunità è stata persa. Dopo un primo periodo, in cui esisteva una fortissima volontà di ritorno da parte dei profughi, hanno cominciato ad essere sempre più importanti fattori diversi, quali la possibilità di trovare impiego. Quanti hanno trovato un lavoro all'estero, o in altre zone del Paese, hanno deciso di restare. Oggi, con un tasso di disoccupazione intorno al 40%, è molto difficile attendersi ancora ritorni, per lo meno in numeri significativi. Ci sono ormai circa un milione di persone che hanno trovato una nuova vita, famiglia, lavoro altrove, e che tornano in BiH solo per le vacanze estive o invernali. Le loro vite, i loro figli, purtroppo la Bosnia li ha persi."

"Il problema - spiega Armin Hošo, assistant field officer dell'UNHCR, organizzazione per la quale lavora dal 1993 - è che nel '96, '97 era difficile anche solo menzionare la parola ritorno. Era molto rischioso, specie in alcuni comuni, anche per il nostro staff. Bisognava fare un passo alla volta. A Dayton erano tutti d'accordo, tutte e tre le parti hanno firmato l'Annesso 7 dichiarando il diritto al ritorno. Sul campo, però, la situazione era diversa. Gli stessi che erano al potere nel periodo della pulizia etnica rivestivano la carica di sindaco, capo della polizia, funzionario comunale. Ci sono voluti 2 anni solo per cominciare a implementare le leggi di proprietà."

La vittoria dei nazionalisti

Uno degli obiettivi principali dei nazionalisti, durante la guerra, era quello di spostare la gente da un lato all'altro del Paese con il terrorismo e la pulizia etnica. Dopo la guerra, l'obiettivo è diventato quello di impedire il ritorno delle minoranze, mantenendo sul proprio territorio le persone appartenenti alla maggioranza che vi erano sfollate. Nonostante Dayton, e gli sforzi profusi dalla comunità internazionale, in Bosnia i nazionalisti sembrano aver vinto sia la guerra che il dopoguerra.

"È comprensibile che il ritorno sia avvenuto solo sulla carta", sottolinea Vera Jovanović, direttrice dell'Helsinki Committee for Human Rights a Sarajevo. "Quando la gente ritornava, molto spesso doveva affrontare attacchi terroristici, bombe contro le proprie macchine o davanti alle case. Il progetto era spaventarli perché non tornassero o, se tornavano, farli ripartire. Il minimo che si può dire è che i ritornanti erano accolti in maniera molto poco amichevole. Bisogna considerare che cercavano di rientrare in luoghi da cui erano stati scacciati, e dove vivevano quelli che avevano commesso i crimini. La situazione era particolarmente difficile in RS, dove ancora oggi il ritorno è estremamente debole, ma non solo lì. Per questo la maggior parte delle persone, forse l'80%, ha chiesto di riottenere le proprietà solo per rivenderle."

Alcuni politici, secondo Vera Jovanović, hanno svolto un ruolo determinante nel far fallire il processo di ritorno, negli anni immediatamente successivi alla firma degli Accordi di Pace.

"Ricordo ad esempio, nel '96, Momčilo Krajišnik [rappresentante serbo dell'Ufficio di Presidenza bosniaco] che organizzava il trasferimento dei serbi da Sarajevo, convincendoli a spostare anche i propri cimiteri, e spiegando loro che non era possibile continuare a vivere lì. Organizzava comizi a Ilidža, a Vogošća [quartieri di Sarajevo, ndr] facendo in modo che lasciassero la città.

Contemporaneamente arrivavano i bosgnacchi della Bosnia dell'est, organizzati con gli autobus, e occupavano gli appartamenti vuoti. Io al tempo ero ombudsman, noi che lavoravamo per i diritti umani ci siamo resi conto che c'era evidentemente un accordo, che la pulizia etnica era concordata tra i cosiddetti 'nemici mortali', ognuno era interessato ad avere territori etnicamente puliti."

Colonie

Dopo la guerra, in tutta la Bosnia sono stati utilizzati simboli religiosi e nazionali, soprattutto croci e bandiere, chiese e moschee, per marcare i territori e segnare le appartenenze. In alcuni casi, però, sono stati anche avviati importanti programmi di opere pubbliche, in particolare edificazione di case, per permettere agli sfollati di rimanere dove erano maggioranza, creando delle sorte di colonie.

Lasciando Sarajevo da Grbavica, dopo aver attraversato il parco monumentale di Vraca, si entra nel comune di Istočno Novo Sarajevo, in Republika Srpska. Il vicepresidente del consiglio comunale, Vojislav Milinkovič, ci ricorda che, anche solo nell'ultimo periodo, sono state costruite 2.500 nuove abitazioni per i serbi di Sarajevo.

Nella capitale, secondo l'UNHCR, sono state restituite 33.000 proprietà, all'incirca il 90% di quelle che erano state occupate. Questo dato naturalmente non corrisponde a quello dei ritorni in città, per i quali nessuno dispone di dati precisi. Secondo diversi osservatori, la capitale della Bosnia Erzegovina sarebbe oggi una città quasi completamente bosgnacca. In un appartamento di Marijin Dvor, però, incontriamo una signora di nazionalità serba che contraddice il quadro generale, raccontando la propria storia.

La forza di lottare

"Sono nata a Sarajevo - dice Varja - ho sempre vissuto qui, in centro. Dopo che hanno bombardato la nostra casa, il 26 maggio del '92, mio figlio è partito e, qualche mese dopo, anch'io l'ho raggiunto all'estero. Sono tornata nel gennaio del '96, appena è finita la guerra. Ho bussato alla porta del mio appartamento ma non mi hanno fatta entrare, era occupato. Dato che nessuno mi ascoltava, e le autorità non mi sostenevano, ho deciso di citare tutti in tribunale: il Comune, la Federazione, lo Stato. Ci ho messo tre anni, ma alla fine ci sono riuscita. Io non ho mai avuto dubbi, la mia città è la mia città, e non volevo seguire il destino dei serbi che se ne andavano, abbandonando le case."

Interrogata sul presente e il futuro della città, Varja precisa il suo punto di vista: "Io mi sono sempre sentita bene qui, non mi manca niente. Molti che tornano per brevi periodi si lamentano, hanno un atteggiamento diverso, dicono che Sarajevo non è più quella che era. Io dico che i responsabili sono proprio loro. Se ne sono andati, sono tornati solo per vendere le loro case e sono partiti di nuovo. È stata una loro scelta, io non la condivido. Bisogna appartenere ad un luogo, bisogna lottare, non è così?"

Venti anni dopo l'inizio della guerra, la Bosnia Erzegovina è uno strano Paese. Da un lato gli Accordi di Pace di Dayton hanno certificato la divisione etnica in ogni aspetto della vita politica e sociale. Dall'altro, hanno cercato di ricostruire il quadro demografico preesistente alla guerra, e di ricreare quello che la Bosnia ha sempre rappresentato nella storia europea, l'unione nella diversità. Oggi, però, il fatto di appartenere ad una maggioranza o ad una minoranza, nelle diverse parti del Paese, non è indifferente, e la sintesi tra i contraddittori aspetti della pace non è ancora stata possibile. Per questo, ci sarebbe bisogno di una nuova classe politica, in grado di riformare la Costituzione, e di una nuova società. Fantascienza, nell'attuale scenario politico bosniaco ed europeo.

Per il momento, resta l'esempio di chi ha voluto fare ritorno. Si tratta di persone che hanno dimostrato uno straordinario coraggio, oltre ad un fortissimo attaccamento alla propria terra. Persone come Varja, Muhamed, Duško. L'anno prossimo, dopo il primo censimento della popolazione dalla fine della guerra, sapremo quanti hanno fatto questa scelta. Il futuro aspetto della Bosnia Erzegovina dipende in gran parte da loro.

(1) Una conferenza di donatori, svoltasi a Sarajevo alla fine di aprile, ha tuttavia innescato un processo regionale virtuoso che coinvolge, oltre alla Bosnia Erzegovina, anche Croazia, Serbia e Montenegro. I 4 Paesi hanno firmato un accordo ministeriale che dovrebbe permettere di assistere circa 70.000 persone grazie ad un finanziamento di 265 milioni di euro, in gran parte donati dall'Unione Europea, per tutelare almeno i casi più vulnerabili a partire da questo autunno.

SALUTO DALL’AUSTRALIA DI MERIMA HAMULIĆ TRBOJEVIĆ

Merima, già giornalista del quotidiano bosniaco OSLOBOĐJENJE, ha collaborato con l’A.V.I.P. fino al 1995, quando emigrò con la famiglia in Australia.

Cari amici, vorrei essere lì con voi per festeggiare i vent’anni di vita della vostra associazione; non so quanti aderenti abbiate oggi, né quanti eravate nel 1992 quando avete creato il vostro grupp...

Penso che il numero degli aderenti non sia nemmeno importante, è importante ciò che avete fatto, quanto bene avete fatto agli altri, quanti segni avete lasciato nella vita delle persone che avevano bisogno di aiuto, di speranza.

Penso che abbiate fatto molto; penso che sia inestimabile e incommensurabile l'aiuto, il sostegno che avete offerto a tutti coloro che hanno abbandonato le proprie case ed hanno provato a dare un senso ad una nuova vitaper tutti questi anni, giorni ed ore del vostro impegno posso solo dirvi un grande grazie.Vi è più o meno noto che ho lasciato Sarajevo, dove lavoravo come giornalista per Oslobođjenje - il nostro quotidiano -, soprattutto per il fatto che Andrej, nostro figlio, aveva solo un anno.

Abbiamo abbandonato Sarajevo mentre la città era sotto le bombe, in circostanze drammatiche; con un aereo militare organizzato da Oslobođjenje, con l'idea di fuggire da una guerra che eravamo convinti durasse poche settimane ... da quelle poche settimane sono già passati vent'anni.

Nessuno di noi che amavamo la vita nella ex-Jugoslavia poteva credere che fosse possibile una guerra tanto sanguinosa e atroce ... un grande inganno, la negazione della vita quotidiana, direi ora ... ma di nuovo, senza illusioni, forse ora la vita è possibile?

La Bosnia Erzegovina è passata attraverso una distruzione impensabile, migliaia di persone assassinate e scomparse ... le persone che sono rimaste lì si ingegnano a costruire una nuova società. L'anno scorso sono stata in visita a Sarajevo ... sono stata rapita dall'entusiasmo, dalla tradizionale ospitalità, dalla modestia di persone che sono abituate a vivere con poco denaro e che trovano motivo di gioia nelle piccole cose. La situazione economica è difficile; vi è un grande numero di disoccupati e l'incertezza si avverte in tutti, ma tutto sarebbe più facile se in Bosnia non esistessero differenti gruppi di persone che non vedono la Bosnia come un'unica comunità in cui tutti gli uomini possono vivere insieme senza alcun riguardo all'origine, alla religione ... È triste riscontrare che non si è imparato nulla dalla sciagura di vent'anni fa...

La Bosnia Erzegovina esiste da secoli ed esisterà in futuro ... amo questa terra in cui si incontrano oriente ed occidente e che nei secoli ha provato come unico metro di misura dell'uomo sia il bene che procura a sè e agli altri.

Tornerò a Sarajevo? Questa è la domanda che mi pongo ogni giorno ... non ho ancora una risposta.Con la speranza in un futuro migliore per tutti noi, per questo pianeta ...

un caro saluto

Merima Hamulić Trbojević

Proiezione del documentario "LA STRADA DEL RITORNO" di Andrea Rossini, redattore di "OSSERVATORIO DEI BALCANI E CAUCASO", sul difficile rientro dei profughi.

Atti del convegno scaricabili

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